Blog: http://Ricordiamocene.ilcannocchiale.it

medioriente/ebrei italiani - "Sinistra, rifletti"

“Gli ultimi avvenimenti di Libano segnano il divorzio tra lo Stato d’Israele e gran parte, forse la maggioranza, degli ebrei della diaspora” scriveva nel 1982 Cesare Cases. Esagerava, il grande intellettuale ebreo marxista, forse proiettando sulla diaspora un “divorzio” che in lui, internazionalista e antisionista, era già avvenuto da decenni. Non c’è dubbio, tuttavia, che quella campagna di Libano segnò uno spartiacque nel rapporto tra Israele e la diaspora italiana, specularmente ai mutamenti interni alla società israeliana, che in quei giorni iniziò idealmente un cammino culminato idealmente con gli accordi di Oslo. E’ lontano quel 1982, quanto è diversa questa guerra di Libano da quella che allora lacerò l’ebraismo italiano e lo stesso Israele. “E’ una guerra di sopravvivenza” ha scritto ieri Lele Fiano, parlamentare diessino e segretario di Sinistra per Israele, ospitato dalle colonne schierate su tutt’altre posizioni di Liberazione, in un articolo sofferto e meditato. Il pensiero di Fiano sembra rappresentare correttamente la posizione dell’ebraismo italiano progressista, uscito sconfitto alle ultime consultazioni interne alle Comunità, dove a trionfare è stata la lista “di destra” Per Israele.
Chi i giorni del 1982 neanche li ricorda è Tobia Zevi, nipote di Tullia e oggi presidente dell’Ugei (Unione Giovani Ebrei Italiani). “La causa scatenante di questa guerra, questa volta, è l’azione di Hezbollah. E un’altra grande differenza, rispetto ad allora, è che la società israeliana è ben cosciente che la pace è un orizzonte necessario e naturale. Anche chi ritiene che la reazione d’Israele è sproporzionata, deve però ricordare che è per l’appunto una reazione di fronte ad una minaccia grave, serissima. Quanto alla questione palestinese, per pensare ad una soluzione giusta” conclude Zevi “è bene tenerla distinta dalla vicenda libanese: anzitutto negli interessi dei palestinesi stessi, che sono spariti dall’attualità politica e mediatica da quando è scoppiata questa guerra”.
“Sono arrabbiatissimo” dice invece Victor Magiar, attivo nella Comunità romana e consigliere comunale diessino nella capitale. “La sinistra continua a non capire di cosa stiamo parlando. Israele rischia di sparire, può essere spazzato via dai fascisti clericali di Hezbollah e dal loro alleato iraniano. Il mezzo milione di israeliani sfollati sono un bruttissimo segnale, e le vicende di questi giorni dicono, una volta di più, che se Israele non avesse la forza militare di cui possiede sarebbe già sparito da un po’. E invece, in certa sinistra e in certa informazione, sembra prevalere una visione paradossale: che sia Israele a voler distruggere il Libano”.
“Un brutto clima” lo percepisce anche Shaul Meghnaghi, anche lui iscritto alla Comunità di Roma e sociologo della CGIL. “Sembra si ritorni a chiedere agli ebrei di giustificarsi, quasi di scusarsi per quanto fa Israele. Così, ad esempio, accanto all’ottimo intervento di Fiano, Liberazione pubblica però un articolo pessimo”, firmato da Angelo D’Orsi e tutto giocato su una serie di discutibilissime accuse all’ebraismo italiano, salvo poi gridare: “E basta col ricatto della Shoah!”. Nel merito, poi, Meghnaghi dice: “Israele combatte due guerre molto diverse, una con Hezbollah e una coi palestinesi. Con i terroristi filoiraniani non c’è materia per uno scambio politico, e l’interlocutore non sembra in ogni caso interessato ad alcun scambio, visto che ha un obiettivo distruttivo rispetto ad Israele. A complicare ulteriormente il quadro, e ad obbligare alla prudenza, c’è il fatto che al confine israele-libanese si combatte oggi una sezione di una guerra ben più ampia: quella tra Iran e Usa”. Per la sinistra italiana di fronte alla crisi ha parole sostanzialmente positive. Oltre a sottolineare il noto “impegno di Fassino e di Caldarola”, apprezza complessivamente anche “l’operato di D’Alema, volto a ridare centralità all’Italia sullo scacchiere internazionale, col risultato possibile di arginare la posizione della Francia, decisamente sbilanciata a favore dei suoi alleati nell’area”.
Parte di quell’ebraismo diasporico che nel 1982 impugnò con decisione l’arma della critica nei confronti dello Stato Ebraico è Bruno Segre, storico e già animatore di Sinistra per Israele e Presidente dell’associazione italiana di Neve Shalom. A 76 anni, oggi, guarda con preoccupazione a quel che succede. “Da un lato sta la chiara, dichiarata e spaventosa volontà distruttiva degli Hezbollah. Non bisogna mai dimenticarsene, sennò si perde di vista il punto di partenza di questa tragica vicenda. Le mie perplessità sono piuttosto su un intervento militare inadeguato, che con l’esercito non potrà sradicare la guerriglia e che quindi rinsalderà Hezbollah. Ma alla sinistra italiana e all’Europa dico: guai a far sentire solo Israele. Un abbandono da parte dell’Occidente è in questo momento il pericolo più grosso”.


J. T. su Il Riformista di oggi

Pubblicato il 5/8/2006 alle 11.32 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web