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Intervista a Tom Segev

Nella sua casa di Gerusalemme, ieri, ho incontrato Tom Segev, della cui cordiale amicizia davvero mi onoro. Dell'intervista che trovate qui sotto, pubblicata oggi da Il Riformista, non condivido diversi passaggi. Non condivido, soprattutto, il volere distaccare la questione dalla grana-Iran che incombe. Dire "rischia così di diventare una guerra su scala regionale" mi pare semplicistico: la guerra su scala regionale l'hanno scatenata gli Hezbollah. Condivido però i giudizi sulla debolezza di Olmert, che ha portato a fretta ed errori strategici. Molto ci sarebbe da dire, ma non ho il tempo: devo fare le valigie perchè stasera alle sette sarò di nuovo in Italia. E' un'intervista che, più di tutto, vale a registrare un dato: in Israele le posizioni vanno polarizzandosi, mentre i perplessi e i critici crescono ogni giorno. Come accade, in Israele, ad ogni guerra. E' questa la forza di questa democrazia mentre, a poca distanza, crescono invece gli inni a Nasrallah.

Gerusalemme. “Questa è una guerra forse giustificata, ma di certo sbagliata e temo anche profondamente stupida”. Tom Segev riassume così, senza giri di parole, il suo pensiero. Tra gli intellettuali progressisti più autorevoli e discussi, nello Stato d’Israele, si è sempre distinto per pragmatismo. E’ una “colomba”, ma non è mai stato un sognatore. E’ attento alle ragioni dei palestinesi, ma non sospettabile di trascurare quelle ragioni d’Israele. Noto al mondo per “Il settimo milione”, sul rapporto tra Israele e la memoria della Shoah, ha di recente pubblicato un libro sul 1967 e la Guerra dei Sei Giorni. Per il 2008 è prevista l’uscita di un nuovo lavoro, una biografia di Simon Wiesenthal basata su documenti inediti a cui avuto accesso a Vienna. Per l’autorevolezza dell’intellettuale le sue prese di posizione godono così di un rispetto bipartisan, anche quando girano il coltello nella piaghe della politica israeliana. Come questa volta.
Com’è andata, dunque, secondo Tom Segev?
“C’è stato un rapimento di due soldati, e l’uccisione di altri otto. Un fatto gravissimo, non c’è dubbio, consumatosi sul nostro territorio per mano di una milizia, quella degli Hezbollah, che ha accumulato negli anni armi distruttive sul nostro confine. Il problema non è però discutere la gravità del fatto, ma riconoscere l’errore fatale nella reazione israeliana”.
Sproporzione o mancanza di strategicità, nella critica di Segev?
“Beh, forse entrambe le cose. Mi spiego. All’inizio ritenevo che si potesse agire, ovviamente in una misura propria rispetto all’attacco subito. Per questo non mi sono scandalizzato di fronte alla bomba su una moschea che conteneva ingenti munizioni, né all’attacco aereo sull’aereoporto di Beirut”.
Il problema sta tutto, dunque, negli attacchi che hanno coinvolto i civili seppur non miravano ad essi?
“Secondo me sì. Posso capire la volontà di provare a risolvere la questione-Hezbollah nel sud nel Libano, ma trovo moralmente inaccettabile e strategicamente sbagliato quanto è stato fatto su alcune aree di Beirut. Col rischio di trasformare il conflitto in una guerra su scala regionale, partendo – ricordiamolo – dal rapimento di due soldati”.
Resta poi, par di capire, una critica tutta strategica.

“Esatto. Perché ormai è acclarato ed ammesso anche dai generali e dal governo che gli Hezbollah possono essere indeboliti, ma non distrutti. E qualunque risultato meno pieno di un loro completo sradicamento sarà sbandierato da Nasrallah e dai suoi come una vittoria. Il che ovviamente non ci lascerà certo tranquilli per gli anni a venire”.
Resta che la minaccia Hezbollah si è rivelata robusta, e che gli arsenali con cui stanno continuando ad attaccare Israele dimostrano volontà non proprio pacifiche. “Non discuto della portata della minaccia, e continuo a non capire cosa vogliano gli Hezbollah dal nostro paese. Dubito, tuttavia, dell’appropriatezza della risposta nella difesa dei nostri stessi interessi”.
Dove sta la colpa, secondo Segev, di quello che considera un errore di grave portata? Nella politica o nei ranghi militari?
“Sta tutto nella debolezza di questo governo, del tutto sprovvisto di esperienza militare, e quindi facilmente esposto, come si vede, ad essere preda delle decisioni bellicose – ma queste lo sono per natura - dei vertici dell’esercito. Olmert era sotto pressione dopo il rapimento di Shalit vicino a Gaza, le azioni nei territori non avevano fermato la pioggia di Qassam, l’opinione pubblica iniziava a criticarlo duramente. Ha deciso di mostrare i muscoli, di attaccare a fondo. Forse senza calcolare bene a quali risultati, a quali nuovi problemi ciò avrebbe potuto portare”.
Un risultato è sicuro: tra i cadaveri di questa nuova guerra c’è il suo piano di ritiro unilaterale dal West Bank.
“Assolutamente sì. Nessuno ne parlerà più, ovviamente, e guardando indietro anche il ritiro dell’anno scorso si rivela una bella idea gestita con approssimazione e che ha portato a risultati pessimi. Il problema principale di questo paese, intanto, continua ad essere la questione palestinese, anche se tutti se ne sono dimenticati. Mentre l’opinione pubblica, che tra poco apprenderà della morte di nove soldati avvenuta stamane, si polarizzerà tra chi dice “scappiamo” e chi, invece, propone di aumentare l’intensità degli attacchi”.
Le diplomazie internazionali, però, si sono rimesse in marcia come la Conferenza di Roma di oggi dimostra.
“Ma mi pare che nessuno abbia niente da dire. Il fuoco non cesserà perché le diplomazie se lo augurano a Roma, mentre mandare una forza internazionale lassù, significa semplicemente mandare truppe occidentali in mezzo a una guerra”.

 

J. T.

 

Pubblicato il 27/7/2006 alle 7.42 nella rubrica Diario.

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