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Ramallah, tra Roma e Beirut

Ramallah. Il vento desertico di Giudea ha accolto ieri, nelle ore più calde del pomeriggio, la visita di Condoleezza Rice nella capitale palestinese. Sigillato in una Muqata tornata per poche ore ombelico del Medio Oriente, l'attendeva il presidente dell'Anp Abu Mazen. Una visita poco più che simbolica, giusto a ricordare ai palestinesi e al mondo che, sulla strada che da Beirut sta portando la Rice a Roma passando per Gerusalemme, c'è una sola Palestina degna di interlocuzione: quella moderata rappresentata da Mohammed Abbas. Fuori, per le strade deserte a causa di uno sciopero contro le operazioni di Tsahal su Gaza, "l'altra Palestina" aspettava Condi con non meno impazienza. Tenuti a distanza di sicurezza, anche con le cattive, dai 17 corpi militari palestinesi, circa un migliaio di manifestanti hanno accolto l'arrivo del segretario di Stato tra insulti e inviti a una pronta ripartenza.
Tra le bandiere verdi di Hamas, quelle nere della Jihad islamica, e qualche velleitario comunista del Fronte popolare con tanto di falce e martello, il vero protagonista della protesta è stato il leader di Hezbollah libanesi Hassan Nasrallah. «Ora che non c'è più Saddam, è lui l'unica speranza che ci resta», dice un manifestante echeggiando parole già sentite in altri angoli di West Bank. Dalla manifestazione si levano inni e cori per il raìs libanese, improbabile "fratello del popolo palestinese": quanto Saddam, del resto, ne era un impossibile ma sempre autocelebrato protettore. Soffia forte più che mai, nella Palestina di oggi, il vento della propaganda araba, sparpagliata via satellite da centrali economiche e culturali ben lontane dalla geografia e dalla storia dei palestinesi. Il martirologio di Saddam, l'esaltazione di Nasrallah, la strenua resistenza iraniana all'imperialismo statunitense entrano in ogni casa senza trovare più alcuna resistenza. Il coma profondo della politica palestinese è tutto nell'indefferenza, se non nel disprezzo, con cui i palestinesi parlano correntemente di Abu Mazen. Da un lato un presidente erede di Arafat, debole e solo, dall'altro un popolo stremato che inneggia a milizie filoiraniane, dopo aver massicciamente votato per Hamas e contro Fatah: questo e poco altro sembra restare dell'Anp, a 13 anni da Oslo e dalle foto di gruppo tra "uomini di pace" sul prato della Casa Bianca.
Dentro alla Muqata, intanto, si balla il valzer di una diplomazia frettolosa, perché il piatto principale del giorno il segretario di Stato l'ha consumato a Gerusalemme con Ehud Olmert, e la mente corre al mercoledì romano che l'attende, con il carico lasciato dal lunedì libanese appena finito. L'incontro è stato «cordiale», come sempre in questi casi, e la Rice non ha mancato di sottolineare «l'ammirazione» di cui Abbas gode negli States, per «il suo coraggio e la sua capacità di continuare a guidare il popolo palestinese». Non male, per un presidente da sempre accusato di essere filoamericano, e a cui il controllo del «popolo palestinese» è ormai sfuggito da un po' fino a deflagrare, in gennaio, nel trionfo di Hamas. Abu Mazen ha ricambiato la carineria promettendo «massimo impegno per la liberazione del soldato Gilad Shalit», rapito il 25 giugno alle porte della Striscia di Gaza dalla falange armata di Hamas. Data l'impotenza ormai conclamata della vecchia leadership "tunisina", peraltro, la promessa presidenziale non sembra valere più di un auspicio. Secondo protocollo, poi, il presidente palestinese ha condannato l'aggressione israeliana su Gaza, la cui cessazione è condizione indispensabile alla ripresa di un dialogo. L'incontro tra la Rice e Abbas, infine, è valso a confermare l'impegno formale dell'amministrazione Bush a «rimanere focalizzati sulla nascita dello Stato palestinese, anche durante la crisi tra Israele e Libano».
E l'orizzonte di un «nuovo Medio Oriente democratico», ribadito anche a Ramallah, ha fatto da sfondo anche all'incontro mattutino avuto con Olmert. Da sfondo lontano, ovviamente, perché intanto c'è l'emergenza da gestire, e il tentativo di sradicare Hezbollah da portare a termine. A chi si aspettava che dal Medi Oriente la Rice sarebbe arrivata a Roma su posizioni più critiche e disposte alla mediazione, rispetto alle scelte israeliane, la mattina di Gerusalemme sembrasuonare come una smentita. Olmert ha ribadito che Israele continuerà a combattere la guerriglia Hezbollah che «attacca i civili israeliani con un proposito preciso: ucciderli». Il segretario di Stato ha confermato che il cessate il fuoco ha bisogno di condizioni. Condizioni al momento mancanti, date le reticenze libanesi sul futuro disarmo degli Hezbollah e sulla spinosa questione degli ostaggi, mentre non sembra potersi raggiungere un accordo sulle regole di mandato della forza internazionale che dovrebbe garantire il cessate il fuoco.
Il tutto, tradotto, dice che Israele avrà ancora diversi giorni di tempo, mentre ieri ottanta katyusha sono piovuti sulla Galilea uccidendo una quindicenne e Israele ha ripreso i bombardamenti su alcuni distretti a sud di Beirut. A muoversi, intanto, sono le diplomazie arabe alleate: sembra che Mubarak sarà a Damasco per fine settimana, con un occhio alla presente crisi ed uno al futuro, indispensabile reinserimento della Siria, trait d'union tra Iran e Libano, nella comunità internazionale. A Roma, probabilmente, si parlerà anche di questo.

J.T. su Il Riformista di oggi

Pubblicato il 26/7/2006 alle 15.21 nella rubrica Diario.

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