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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


22 novembre 2006


"Il baco del corriere" (recensione)

Milano. Gli spazi angusti del capitalismo italiano sono tutti lì, nel chilometro di vie scavate tra meravigliosi cortili e giardini pensili che separa il 28 di Via Solferino dall’1 di Piazzetta Cuccia. Alle estremità della passeggiata, in forma di Consiglio di Amministrazione, stanno i due salotti che radunano i potenti d’Italia: raccogliendo richieste di nuove adesioni col distacco che si conviene ai Signori, o chiudendo le porte con infinite mandate quando è, o sembra, o sembra opportuno ed utile che sia, il caso.

Nel Baco del Corriere Massimo Mucchetti fa avanti e indietro più volte lungo il breve camminamento disegnato nel cuore di Milano, e vince il senso di noia che un capitalismo dei “sempre quelli” può ingenerare restituendo al lettore, con ritmata parsimonia, gli scorci che ha “rubato” all’album di famiglia del potere economico italiano. Si è aiutato, Mucchetti, giocando con la macchina del tempo, attraversando in finto disordine i tempi di Einaudi e quelli di Calvi, l’impero cucciano e il regno di Bazoli, fino ad affondare la penna nella contemporanea Bisanzio che si agita sotto la direzione di Paolo Mieli,  popolata dai Tronchetti e dai Geronzi, dai Della Valle e ancora dai Bazoli. Un presente, quello raccontato, che si riproduce sotto vuoto in un patto di sindacato di Rcs in cui toccherà un posto ai Benetton, che in questi giorni muovono il quartier generale dalla marca trevigiana a Milano, mentre per la “resistibile scalata” – l’aggettivo scelto e spiegato dall’autore è tanto convincente da far perfino vacillare la fiducia nel sostantivo - di Ricucci e Fiorani il salotto si chiuse coi sigilli vargati per l’occasione da un giurista blasonato qual è il Presidente Piergaetano Marchetti, e con la griffe di un parigrado che non abbisogna d’introduzioni, Guido Rossi. Il codicillo che stringe fino al soffocamento le maglie del patto fu, certo, una blindatura per salvare l’argenteria nell’estate dei Furbetti: ma nel libro di Mucchetti finisce per disegnare la silouette di un avvertimento a futura memoria, una smentita postuma e implicita dell’”emendamento quinto: chi ha i soldi ha vinto” tanto caro a Enrico Cuccia. Nel suo dipanarsi dal tentativo di spionaggio informatico, subito tra gl’altri da Mucchetti e dall’ad Colao all’inizio di Novembre del 2004, il libro racconta tra le righe la storia di un capitalismo in cui i soldi, il profitto, in definitiva il mercato possono pure perdere, perché altre logiche di potere, “di relazione”, possono garantire più stabilità e successo. Meno soldi, certo, ma in fondo chissenefrega, se tanti dei pochi capitalisti italiani hanno per cultura di riferimento la rendita e la leva finanziaria che garantisce alti guadagni se va bene e scarsissime perdite al patrimonio personale se va male, e per stella polare la mammella ormai riarsa dei monopoli, privatizzati senza scardinarne la natura monopolistica.      

Leggendo il Baco, viene la curiosità di guardare le facce dei protagonisti mentre si ritrovano in queste pagine impietose. Impietose – è bene ricordarlo – nei confronti di tutti, pur nel tentativo di riconoscere a ciascuno dei protagonisti il ruolo che negli anni recenti si è scelto, seppur con la convinzione di una maggior “riservatezza” a valle. Vale certo per Tronchetti e Della Valle, per Montezemolo e per Geronzi, ma anche per Giovanni Bazoli il cui potere epicentrato nella natìa Brescia non viene risparmiato dall’indagine di sistema mossa da Mucchetti. Tra i tanti volti di cui piacerebbe conoscere l’espressione mentre scorrono le pagine del Baco, resta però particolarmente acuta la curiosità di vedere sciogliersi o indurirsi l’usuale corruccio di Giovanni Consorte che alla campagna “Furbetta” del Corriere deve, con buona probabilità, la fine dei sogni di gloria di Unipol e il rinvio a data da destinarsi per i propri. Mucchetti attende come tutti che sia la magistratura a parlare, ma nel mentre – come pochissimi – irride l’idea che Consorte prendesse ordini da D’Alema, e mostra per labilissime le connessioni tra Consorte e Ricucci, o tra Consorte e Fiorani, date a suo tempo per ferree e senza tutti i garantismi, citati nel Baco, di cui hanno goduto in altri frangenti le vicende e i management di Capitalia, Banca Intesa, Telecom, Fiat o Tod’s.

Per tutte queste ragioni sorprende doppiamente la reazione a caldo di un quotidiano garantista e orgogliosamente antipatizzante dei “poteri forti” qual è il Foglio che, in un editoriale infuocato dello scorso sabato spiega che il libro ha “lo scopo di sputtanare un pezzo di patto di sindacato di Rcs a favore di un altro pezzo di patto”. Il tutto a favore, vien da sé, di Bazoli e di Prodi. All’editorialista, quasi non abbia letto il libro fino in fondo, sfuggono le precise sassate che Mucchetti tira al Parisi che contro le Consorterie diessine lanciò la “questione morale” – allora era per tutti la “bocca di Prodi”. O forse ad esplodere è solo la delusione di un ammalato di politica che davvero aveva preso sul serio, con qualche entusiasmo futurista di troppo, “l’abbiamo una banca” di Fassino.       

E mentre apprendiamo che Tronchetti Provera guiderà il Patto di Sindacato della Telecom a cui accede anche Benetton, mentre il Presidente della stessa società resta formalmente un ferreo oppositore dei patti di sindacato stessi, mentre il Sole24ore studia una quotazione che aiuti la cassa senza troppo allentare la catena, mentre tutto, insomma, procede a fornire nuovi materiali a future narrazioni dal tono purtroppo vichiano, a lavorare sul lettore di Mucchetti resta il monumento eretto a Luigi Einaudi in apertura e in chiusura di libro. Non basterà la nostalgia per altre epoche a rinnovare l’editoria e il capitalismo italiano, né a cullare l’impossibile sogno, o “l’alta ambizione”, di una pubblic company per il Corsera. Ma resta a lavorare nella mente di chi ha letto. Come un baco.

j.t su Il Riformista di oggi




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20 novembre 2006


tutto passa per bazoli

 

Milano. Arrivato settantatreenne all’apice di una carriera senza pari, anche un cattolico austero e prudente come Giovanni Bazoli si concederà di tanto in tanto qualche istante di silenzioso compiacimento. Ha attraversato il lungo dominio di Enrico Cuccia, a tratti sfidandolo e pure con spicchi di successo grazie alla sponda decisiva dello Ior; ha tenuto duro quando, tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Novanta, le banche sulla via della privatizzazione sembravano destinate ad essere ancelle delle grandi famiglie del capitalismo italiano, che solo a Don Enrico rendevano conto con un misto di deferenza e malcelato fastidio; ha colto per primo e con lungimirante sagacia lo sgretolarsi di un sistema di potere, e l’aprirsi di una grande stagione di riassetti che avrebbe portato – e siamo ad oggi – ad invertire i rapporti di forza: con quel che resta delle grandi famiglie e dei loro manager a chiedere permesso ai banchieri anche per comprare la cancelleria. Di questo “bancocentrismo” più volte raccontato su Repubblica da Alessandro Penati - il più acuminato dei suoi (non molti, invero) critici pubblici -, Giovanni Bazoli ha capito il potenziale infinito ben prima che fosse in essere. Perché non è solo un capitalismo senza capitali a rivolgersi con sguardo implorante ai forzieri d’Italia, ma anche uno Stato che, in tutte le sue diramazioni locali, ha scoperto la stretta europea dei vincoli di spesa e confermato la propria strutturale incapacità di ridurre gli sprechi di una macchina pubblica inefficiente quanto costosa. Intanto, prima o poi le grandi opere si dovranno fare se non si vuole uccidere un territorio – quello del corridoio 5 – stritolato dalla lentezza dei movimenti. E le grandi opere costano molto dappertutto, ma in Italia molto di più. La SuperIntesa che verrà dalla fusione con San Paolo, con tutte le partecipazioni e i crediti che può contare nell’intreccio tra autostrade ed enti locali, è il finanziatore naturale come ha spiegato con la serenità del grande vecchio proprio Bazoli, intervistato un mese fa da Aldo Cazzullo per il Corriere. Il tema infrastrutturale, peraltro, è decisivo proprio nel territorio in cui la SuperIntesa erediterà per mescolarle profonde radici dal passato di Cariplo, Ambroveneto e Comit già confluite in Intesa, da un lato, e San Paolo dall’altro. Senza contare i riassetti bancari di proporzioni minori, ma certo non per questo marginali, qual è quello – raccontato qui a fianco – in corso di perfezionamento negli opulenti territori di Brescia e Bergamo, sotto l’evidente regia del Presidente d’Intesa. Il Nordovest e il Nordest vanno insomma raccogliendosi in un unico e funzionale Nord, per ora all’ombra di uno dei primi gruppi bancari d’Europa e poi, domani, lungo nuove strisce d’asfalto consentite a tassi di vantaggio dalla stessa SuperIntesa.

Nessuno dubita dell’alta missione modernizzatrice che la grande banca va accollandosi, ma sarebbe offensivo per la ragion d’esistere del mercato negare che una banca pensa ai propri interessi, prima che dell’attuazione di un programma di governo in campo infrastrutturale e non solo che spetterebbe, peraltro, ad una politica sempre più umbratile. Nello specifico, gli interessi in campo sono quelli di una banca finanziatrice-imprenditrice che risulta a bilancio come azionista per un grande numero di imprese di medio taglio e nei settori più svariati, e non solo dei colossi. Una sommaria ricognizione sul sito della Consob, consente di vedere la costanza con cui Banca Intesa, negli anni, ha accumulato partecipazioni piccole e strategiche spaziando dalle utility del gas e dell’energia nell’estremo Nordest, arrivando ad imprese di Alessandria che producono tappi per prodotti alcolici, passando per l’Immobiliare Lombarda controllata dalla Premafin di Ligresti (nel pacchetto c’è anche Capitalia) o per l’Ipi dell’ex furbetto Danilo Coppola, o ancora per le nuove tecnologie prodotte da Sirti. Senza dimenticare il recente ingresso nel settore alberghiero e turistico, nella Compagnia Italiana dei Jolly Hotels e nel CIT, né quello prossimo nel campo della moda con un 5% già annunciato in Prada. L’elenco dei settori d’interesse potrebbe continuare a lungo, ben prima di arrivare ai colossi come Rcs o Fiat, in cui il peso d’Intesa andrà a crescere ulteriormente con la fusione con San Paolo. Un peso diffuso, insomma, stratificato e che non conosce confini per materia.

Così, con tutto il rispetto per l’ingegner De Benedetti, non sembra azzardato assegnare d’ufficio la Tessera Numero Uno del Partito Democratico che forse verrà al banchiere bresciano, che le sue simpatie uliviste e le sue antiche sinergie prodiane non le ha mai nascoste. Come del resto, il suo genero Gregorio Gitti, fino a qualche anno fa oscuro e temutissimo assistente di diritto civile, e dall’anno scorso firma politica sul Corsera e punta centrale di quella “società civile” che s’incaricherà, domani, di dimostrare che il PD non è solo fusione di nomenclature calate dall’alto. Insomma, un fine carriera sfolgorante e luminoso, per Bazoli, che non sembra conoscere coni d’ombra in nessun campo.

E invece alla completezza di un puzzle sontuoso manca un tassello, ed è un tassello importante. Perché la solitudine di Capitalia non pare destinata a durare, nonostante il prezzo esoso potrebbe scoraggiare il mercato ancora a lungo. E in Italia c’è un solo, realistico candidato alla conquista della Banca presieduta da Cesare Geronzi: l’Unicredit paneuropea guidata da Alessandro Profumo. Chi ama i simbolismi può far risalire la competizione tra i due gruppi milanesi alla conquista di Comit, riuscita nel 1999 a Intesa e mancata da Unicredito che sembrava, almeno ad Enrico Cuccia, il destinatario naturale. Chi preferisce il presente ricorderà le scaramucce per il rinnovo dei vertici dell’Abi (vinse Bazoli, e perse Profumo), e non mancherà di notare che una conquista di Capitalia da parte di Unicredit, sommando le partecipazioni delle due banche, consegnerebbe di fatto a Profumo le chiavi di Mediobanca e, a cascata, di Generali, con annessa la partecipazione del gruppo triestino proprio in Intesa. Difficile non leggere sullo sfondo di questo contesto la scelta bazoliana di proporre l’ultraottantenne Antoine Bernheim, presidente di Generali, come vicepresidente della nascente SuperIntesa. Nessun legame, per il Presidente del Leone, con la tanto vociferata “finanza bianca” di cui Bazoli sarebbe il vertice supremo. Uno strappo alla regola, insomma, roba per "cattolici adulti".

j.t. su Il Riformista di venerdi




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