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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


17 luglio 2004


PIERVITTORIO (post-kamikaze)

Mai come ora avrei potuto specchiarmi in lui. Eppure, per ragioni strane, ho iniziato a guardarmi attraverso Piervittorio molto tempo prima di poter dire di conoscerlo come scrittore. In realtà le ragioni che mi hanno condotto ad un confronto obbligato, con Piervittorio Tondelli, stanno nel fondo del deposito di quelle casualità della vita, che ancora qualcuno si ostina a chiamare “destino”. Portare il suo stesso cognome è coincidenza curiosa, ma in fondo è solo la traccia di quello stesso quadrato di terra, tra Reggio Emilia e Modena, con gli Appennini alle spalle, e ed un gucciniano West davanti. Correggio lui, Novellara mio padre. Terra di stanzialità esasperante, a giudicare da come un cognome a caso – prendiamo “Tondelli” - sia stato diffusissimo, ma forse in meno di dieci Comuni, fino a pochi decenni fa. Ventre profondo immobile, fisso come l’orizzonte della bassa padana. “L’angoscia che dà una pianura infinita”, o le “rotaie implacabili per nessun dove”, Guccini, forse le ha imparate dentro a quel niente di polvere di pioppo, che è la “bassa reggiana”. Ecco, quella terra forse non si può spiegarla meglio di come fece Piervittorio. Come in un sottoromanzo che dura tutti i romanzi, l’ho letta e riletta, trovata e ritrovata, quasi il sottotesto silenzioso ma indispensabile, per comprendere quel turbine incessante di dolori e amori, bruciati con una scia di scintille tra lezioni ufficiali, tenute da Piervittorio nell’aula magna della Sorbona, e nottate nella penombra no-stop delle “dark rooms” di Amsterdam, gonfie di “boys” muscolosi e occhieggianti. Lontana anni luce e sempre emergente, l’Emilia delle cooperative e delle chiesine lungo i fossi, dei canali e delle notti folli a caccia del mare, o di Bologna. L’Emilia dei “lunatici”, dei matti del villaggio, dei paesi che si chiamano “Sesso”, e degli uomini che si chiamano “Athos”, “Ellade”, “Elge” e così via. Mi hanno narrato che un mio lontano parente chiamò la figlia addirittura “Solidea”: e l’Idea Sola della dedica impressa all’anagrafe era l’Anarchia. L’Emilia, per l’appunto, “del pazzo lanciato contro il treno” del confuso anarco-comunismo di un giovanile e assai suggestivo Francesco Guccini. Questa Emilia, i tanti Natali familiari, le mille altre riunioni tra reggiani cui ho assistito, non me l’hanno fatta cogliere appieno. Sia chiaro: non che i riferimenti a quel passato di vita al casolare, o di serate sulla piazza del paese non fossero frequenti, anzi frequentissimi, in queste occasioni. Ma con il tratto confuso di ricordi lontani e non coltivati, che si verbalizzavano in frasi come: “Ma ti ricordi quella volta che….” A questo punto, però, l’astante aveva già capito di che si parlava, scoppiando in una fragorosa risata, che troncava un racconto ormai privato di senso. Tutti sanno tutto, e di Natale in Natale raccontano le stesse storie. Per sentirne raccontare una per intero, però, bisognerebbe poter tornare – chessò - al Natale del 1971, subito dopo che una diaspora inesorabile per l’Italia e per i percorsi della vita e delle scelte, atomizzasse la famiglia da cui vengo. Io ero lontano dal nascere, i miei poco più che fidanzatini, purtroppo. Così, di “ti ricordi” in “ti ricordi”, nessuno ricorda più nulla, e circolano controversie insanabili sulla durata e le modalità della partecipazione alla guerra di un vecchio e fiero socialdemocratico, come mio nonno, morto poco più di dieci anni fa. E già dolorosamente e irrimediabilmente lontanissimo. Sono sempre stato prodigo nel nascondere questa metà emiliana sepolta, attingendo verbalmente alla metà dominante, che definisco “milanese”, seppur di quella Milano in perenne bilico tra la periferia, l’Hinterland e la provincia più fonda. Questa Emilia, per me comunque e sempre lontana e dolorosa, ma senza un perché, l’ho sempre e solo intuita nella secchezza del sincero, ironico cinismo, dell’onestà concreta e spietata con i dolori della vita, che in Emilia hanno in tanti, ma che pochi, pochissimi sanno raccontare. Piervittorio tra loro. Piervittorio, appunto, faceva lo scrittore, anzi “era” uno scrittore, e in questo suo aver saputo dar corpo e parola ad un grumo di ricordi collettivi legati ad un tempo e ad un mondo che mi hanno lambito da vicino, ho trovato uno specchio naturale, congeniale e capace – misteriosamente – di svelare alcuni miei tratti che tutti gli altri specchi nascondono. Un cognome comune mi ha regalato - o, in verità, del tutto precluso – di comprendere, forse come mai con nessun’altro mio “amante da comodino”, il significato della parola “scrittore”. Ma forse il fondale nero, che consente a Piervittorio di essermi specchio, appoggia anche altrove, lontano dalle “Radici” cui qualcuno - sempre Guccini – ha dedicato addirittura un disco, e proprio quello che, partendo da “una casa sul confine del ricordo” infarcita di nostalgia metafisica, finisce con “lapilli e lava” e auspici di nuove locomotive rivoluzionarie. Piervittorio è scrittore che ancora posso sentire adolescenzialmente “mio”, perché ha scritto tutto tra i venticinque e i trentacinque anni. Decennio cruciale, da me da poco iniziato, e riletto tra lontananze ed incredibili coincidenze, raccontato e vissuto a fondo da Vicky.


Qualunque critico serio rimprovererebbe – e davvero giustamente - la colpa delle mie parole, l’aver scritto già troppo, e tutto sul filo della confusione tra letteratura e vita, anzi, in questo caso addirittura “vite”. La sua e la mia, inavvertitamente mischiate con le opere, che sono sempre altro. Mia colpa e mio piacere, riconosco, è di mettermi in mezzo, di buttarci sopra la mia vita: quanto alla confusione tra vita dello scrittore Piervittorio e romanzi dello scrittore Piervittorio, il critico riconoscerebbe forse che un limite dello scrittore Tondelli è proprio l’indefinitezza del confine tra il vivere e lo scrivere, tra il personaggio pubblico e quello privato, tra l’esistenza e l’arte. “Vitalismo decadente”, mi insegnarono al Liceo parlando dell’amatissimo Pavese. E in Piervittorio, scrittore il cui percorso letterario ha lasciato e - si dice - lascerà segno, vedo coronata la mia passione innata, ma purtroppo non abbastanza talentuosa e paziente, della scrittura, della vita vissuta ma quasi solo per poterla raccontare. Come una mia metà nascosta, schiacciata e rassegnatamente vinta dal Castore politico, aristotelico e tomista, vive un Polluce etereo e malinconico, il figlio di Platone e Agostino. Come la mia identità potenziale – ma solo nelle aspirazioni -, così forse, e del tutto inconsciamente, ho letto e guardato Piervittorio Tondelli. La prima volta che lessi “Altri libertini”, infatti, provai – Castore dominante - col piacere di una lettura divertentissima e promettente, il fastidio di una totale mancanza, almeno volontaria, della dimensione politica. Questo pareva a me incomprensibile, quando si parlava dei bassifondi ghettizzati dell’eroina o dell’omosessualità, nell’Italia provinciale di allora: tanto provinciale da processare Tondelli e il suo editore per la pubblicazione di quel libro, per poi mandarli assolti. Con un certo stupore ho scoperto che un allora giovane giornalista, con un brillantissimo e diverso futuro, nel 1982, sulle colonne dell’Espresso, aveva notato tra le pagine di “Altri libertini” proprio la “crisi della politica”, la sua assenza, il disinteresse totale ad essa, in qualunque sua accezione. Perché a volte la politica e chi se ne occupa, o accanitamente se ne interessa, vogliono assorbire la letteratura, funzionalizzare sempre la parola ad una qualche retorica, viverla come euristica di un dato sempre necessariamente pubblico. E’ quello, in tutta onestà, che io continuo a fare, oggi, leggendo Piervittorio, le sue “Camere separate”, capaci di raccontare la pienezza, la dignità di un amore e di un dolore omosessuali, tutti privati, certo, ma che di leggi, un giorno, dovranno pur potersi nutrire.




Ad un Natale di tanti anni fa, in una bella casa di Reggio Emilia, conobbi un vecchio, vecchissimo amico di mio padre e dei miei zii. Non si vedevano da decenni, da quando lui si era trasferito a Venezia e mio padre a Milano. La commozione del rivedersi, mischiata a litri eterni di Lambrusco, porta talora a credere che non ci si perderà più e a chiedere, sciaguratamente, indirizzo e numero di telefono. Così, uno o più zii, chiesero un recapito al vecchio amico. Sorridente, ma fermissimo disse di no, che non aveva alcun senso promettersi visite che nessuno mai avrebbe davvero voluto fare. Tutti ne risero, in famiglia, come fosse uno sgarbo scherzoso e canzonatorio. Ai più, forse, passò inosservato il dato essenziale, e cioè che l’indirizzo rimase nella penna. Ricordo il commento di mio padre in macchina, mentre fendendo la solida nebbia tornavamo oltre il Po. Un commento cosciente e malinconico di due parole, detto con gli occhi curvi di chi ad una pudica malinconia è abituato. Aveva capito, mio padre, il senso profondo del rifiuto, sapeva, senza saperlo spiegare, che la sua “Emilia paranoica” purtroppo era finita da un pezzo, e non si rinverdiva certo di indirizzi scribacchiati su uno scontrino. Forse è solo per leggere alcune delle parole che mio padre non mi ha detto, per capire “la rabbia o il tedio a morte del vivere in provincia” che ho letto fino in fondo Piervittorio. O forse ho scritto di Tondelli solo per avere un pretesto per parlare di mio padre, e quasi a lui, mischiando vite e letteratura. Con la certezza rassicurante ma vile che mio padre, comunque, queste parole non le leggerà.




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26 marzo 2004


PERSEMPRE ha chiuso.

"Persempre" ha chiuso: non so dire quando esattamente, ma non molto tempo fa... Raissa segnalava il triste evento pochi giorni fa. A me mancherá: mi mancherá la lucida stralunatezza del suo sguardo sul mondo, mi mancherá il suo raccontare storie scomode, come quel memorabile "1985", mentre tutti incrociavamo le sciabole, per "la giornata per la vita". Dice che gli mancheremo, anche se non tutti. Anche lui mancherá, anche se - certo - non a tutti. Mancheranno i suoi commenti precisi e caustici, la sfacciataggine delle sue convinzioni, ed un senso dell'umorismo taglientissimo. Mi mancherá, soprattutto, non potere rileggere le sue bellissime parole. Giá, almeno quelle, Eugenio, potevi lasciarcele.




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23 marzo 2004


PENSIERINO

"Nella solitudine il solitario si divora da solo. Nella moltitudine lo divorano i molti. Adesso scegli" (Nietzsche)




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7 marzo 2004


Confusioni.

Di vago torpore, pomeriggio di una domenica fasciata sfasciata ottusa grigia virtualcalcistica didestra e disinistra sfascista. Una domenica, bastava forse dir cosí. Di colori in colori passammo dal nero al nero, passando per il fumo di Londra: non c'entrano, per una volta, Gasparri o la marcia haideriana in Carinzia. Non c'entrano, seppur non aiutino. Conoscemmo il torpore che si sveglia nel mezzo di un'attesa: con lo sguardo indietro su amici libri donne motori. Persi e passati. Sapendo che ancora, diograzia, il fardello non é troppo grosso, non é ancora palla al piede. Ma verrá, un giorno. In cui anche gli ultimi fervori si saranno placati, e sará solo il calcolo: orientamento ultimo e unico, orizzonte davanti e dietro, come in mezzo al mare con una bussola. Lá, dove non si gioca. E racconti e racconti: ad un volto femminile di sorrisi e sopracciglia inarcate, capisci, non capisci, sei non sei, cosa come. Nel trauma di uno cento mille distacchi anche tu, mi ripeti. Passeggiammo le vie vuote, scendemmo le biciclette, popolammo una casa dove era finalmente proibito il solletico (continuava....)



Continuava, non so dove o fino a dove. Ma io ero giá a frugare con le mani accanto al letto. Nell'accendere e nell'aspirare l'ennesima sigaretta francese, mi chiedevo, se se se se.... prima di ricominciare la solita involontaria e casuale recitazione del poeta: "Cade quest'ora dolce, nel vortice dei giorni, morte sulla piana o attesa senza nome, di speranza difesa contro ogni sorte. Di te che non torni."




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