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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


14 dicembre 2004


[Eretzisrael] Degli avvelenamenti presunti. Complottismi e "palestinalibbera"

«L'esame delle radiografie e di tutti gli esami possibili forniscono sempre lo stesso risultato, cioè l'impossibilità di arrivare a una diagnosi chiara. Questo è il motivo per cui noi abbiamo seri sospetti, perché senza un motivo chiaro non si possono scartare alre possibilità, cioè che la morte di Yasser Arafat sia stata dovuta a cause non naturali». Parola di Kidwa, nipotino di Yasser. Ora, che io non creda – ma neanche per sbaglio – che Arafat sia stato avvelenato dal Mossad o dalle forze plutogiudaiche che governano il mondo forse non sarà rilevante, ma lo dico lo stesso. Non ci credo, ma neanche per sbaglio. Mi chiedo tuttavia, come qualcuno possa avere dei dubbi, come in Occidente ci sia chi possa prendere questa sconclusionata dichiarazione e dire: “Apperò”. Il punto di partenza è “l’impossibilità di arrivare ad una diagnosi chiara”. Il punto d’arrivo è il dubbio dell’avvelenamento. In mezzo carpiati e avvitati logici: non c’è un motivo chiaro, dunque c’è un dubbio serio. E pensare che da decenni si parlava del vecchio Leader come di un uomo provato – ed era vero -, gravemente malato – ed era vero -, impossibilitato ad uscirsene da Ramallah – ed era vero. Insomma: quattromila condizioni, tutte favorevoli ad una morte da raggiungersi in condizioni non proprio ottimali. E invece no: “c’è sotto del marcio…” Giusto qualche settimana fa, si parlava dell’affaire-Yasser con un’amica di un’amica. Innervosito dal clima esultante per la scomparsa di quel vecchio (pessimo, secondo me) leader politico, esprimevo altrettanta costernazione per la teoria del complotto che – puntuale – faceva da contro-campana. “Beh, scusa, ma tu puoi dire con certezza come è morto?” Ricordavo che la dolce Suha in Arafat non ha neppure ritirato il referto medico, a Parigi: insomma, non proprio l’atteggiamento di una moglie amorevole – e questo passi -, ma nemmeno quello di un avvoltoio pronto a succhiare il nettare che sarebbe piovuto dal conclamato veleno… E visto il vitalizio a diciotto cifre – dicevo – questo passa un po’ meno. “Beh, insomma, quando ci sono di mezzo quelli….”, mi ha risposto.




M’è venuto il dubbio che sussista una presunzione di avvelenamento, anche se si muore a 75 anni dopo una vita abbastanza incasinata, e con voci di leucemia che girano da quindici anni. E dimostrino quelli, se sono capaci, che non sono stati loro.




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5 novembre 2004


[eretzisrael] Arafat. (.)

E' interessante notare il vuoto di laicità che connota, in questi giorni, il rapporto con il decorso della malattia di Yasser Arafat, il suo precipitare, perfino con lo spazio del suo stesso corpo. Alle frecciatine qualunquiste e di scarso gusto si contrappongono le immagini mitologiche, la cecità di chi non vuole ammettere che, nella migliore delle ipotesi, Arafat ha perso un paio di occasioni storiche per costituire uno Stato Palestinese che vivesse pacifico accanto ad Israele, e nella peggiore ha perseguito con pervicacia ed inquietante progettualità questo perverso obbiettivo distruttivo ed autodistruttivo. Questi discorsi "pubblici" sulla sua vita e la sua figura sono, in fondo, il naturale precipitato di un rapporto "metafisico" con la realtà mediorientale, che si costruisce attorno all'affermazione di una totale fiducia in uno dei due elementi in conflitto, e in una totale sfiducia dell'altro. Vien da sè che una coscienza minima della storia del medioriente (storia di errori e morti bipartisan) vieterebbe tali conclusioni, ed impedirebbe di vincere anche un elementare tabù, quello della pietà per i morti (o i semi-morti). A vincere un'etica di stampo religioso, infatti, in questo caso non è un processo laico, ma un altro procedimento mitologico e - per così dire - "sacrale": israeliani e palestinesi diventano così, a seconda dell'indole e dei gusti di ciascuno, il dio della politica internazionale cui votare ogni passione e ogni ansia di giustizia inespressa. In qualche, rilevante caso anche la valvola di sfogo di non altrimenti esprimibili razzismi, ma questa è altra vicenda.  Ma tant'è, quando è un approccio fideistico (totalitario nell'essenza, mi verrebbe da provocare...) a guidare la formulazione e l'espressione di un pensiero che riguarda fatti politici, allora tutto vale, come festeggiare pubblicamente una morte, o rimpiangere una vita che politicamente ha fatto molti danni. E siccome la laicità si predica bene solo se la si applica a fondo e a se stessi, personalmente non ho esultato, ma non perchè mi intenerisca l'idea del vecchio arruffapopoli morente. Non per quella pietas, insomma. Non esulto perchè, politicamente parlando, non so se ci siano tutti gli elementi perchè questa morte sia un bene nell'immediato. Nel vuoto di una classe politica emergente e credibile, chi siano oggi gli interlocutori ritenuti più credibili agli occhi del popolo palestinese è purtroppo dato noto. Un processo di rapida "rivoluzione-democratica" in seno al mondo palestinese è certo auspicabile: ma quale futuro possibile in una società governata - e volontariamente, per istanza di base - da Hamas? Noto senza remore che gran parte di questo orizzonte cupo si è costruito trovando in Arafat un attore attivo, consapevole, responsabile. In una parola colpevole. E' quanto basta per essere immuni dal rischio di rimpiangerlo, non per essere certi di poter esultare. A meno che il vero interesse non sia politico. 




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26 ottobre 2004


[eretzisrael] forza Arik. (sì, proprio così)

Certo, è solo un inizio. Certo, c’è un passato recente che pesa. Certo, Camp David era di più e meglio, ma furono Arafat prima e Hamas poi a non dare un benestare indispensabile. Oggi si vota, e ieri Sharon ha parlato come il vecchio laburista ala Ben-gurion che è stato. Ce ne andiamo da Gaza per la nostra sicurezza, ce ne andiamo perché è meglio per tutti, dobbiamo spartire la terra tra il mare e il fiume. Mizna, Barak, Rabin ci piacevano (e ci piacciono) assai di più. Beilin e i ginevrini, forse, più di tutti. Ma il Premier è il Generale Sharon, il ritiro unilaterale lo sta facendo lui. O la va o la spacca. Se la va può iniziare un processo inarrestabile: Gaza è un simbolo, in un conflitto che – però – di simboli vive. "Andarsene vuol dire che andarsene si può" spiegava David Grossman, "ginevrino" anti-sharoniano che appoggiava questo ritiro. Se la spacca salta Ariel, con tutti i Philistim. E non sarà un bene per nessuno. E' una strada lastricata di morti: e non è finita, ma un voto alla Knesset può avvicinare l'orizzonte. Perché o la va o la spacca: e io spera che la vada, e credo dovrebbero sperarlo tutti quelli che credono ad una pace possibile in ere non archeologiche, iniziando a contare da oggi.




Forza Sharon. Non conto nulla, Generale, ma puoi contare perfino su di me. Poi, dopo, diversi come prima.




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25 agosto 2004


[Eretzisrael] Nostra signora informazione

Consegno a tre gruppi di quattro persone due notizie di agenzia. Non vere, ma verosimili. “Ore 9, scoppia bomba su autobus a Tel Aviv. Dieci morti”. “Ore 15, raid aereo a Gaza. Quindici morti, tra cui due bambini di sei e otto anni”. Del tutto volontario il riferimento ai bambini: un amo gettato a provocare reazioni, nel tentativo di riuscire a scomporle. Consegno le striscioline e dico: “Sono le 17, dovete fare un pezzo per il telegiornale delle 18, e dare conto di entrambe le cose, in un unico servizio. Tutto quel che non c’è nelle “agenzie” inventatelo”. Attendo curiosissimo di vedere cosa ne esce, come le notizie saranno montate dai partecipanti al mio laboratorio, e, soprattutto, quali elementi saranno aggiunti. Non solo come si descrivono le notizie che si “sanno”, dunque, ma anche come si immaginano i pezzi mancanti al puzzle. Interessante frugare nell’immaginario occidentale che guarda al medioriente.
E dunque. Due gruppi su tre stabiliscono un nesso di causa -ffetto tra la mattina di Tel-aviv e il pomeriggio di Gaza, caratterizzano come “rappresaglia” e “reazione” il raid pomeridiano. Un terzo gruppo evita la consequenzialità, ma apre così: “La disperazione di un popolo conduce a questo” Il questo era l’attentato mattutino. Descrivendo il bombardamento dell’esercito, poi, introduce l’avverbio “strategicamente”. Di contro, un altro gruppo, raccontando il raid israeliano, dice che “inevitabilmente” è arrivata la reazione. Il terzo gruppo scrive il pezzo da Francoforte, denuncia che arbitrariamente i soldati israeliano hanno respinto i soccorritori, guarda alle piazze arabe che si gonfiano di proteste. Tutti e tre i “pezzi” erano ricchissimi di avverbi valutativi e di aggettivi spesso forti: netta, in ogni caso, la caratterizzazione in un senso o nell’altro. Schematicamente, due gruppi su tre erano “pro-palestinesi”, il terzo – seppur più velatamente – “pro-Israele”. Tutti, dal primo all’ultimo, hanno rivendicato con forza – fino a che non sono state poste certe osservazioni da noi – la propria imparzialità ed equidistanza.


 


Bell’esercizio di riflessione e verifica sui miei ed altrui immaginari sul Medioriente, sul conflitto arabo-israelo-palestinese. E sulla potenza suggestiva della comunicazione, capace di indurre parole che sono sempre, per definizione, giudizio di valore. Ma imbeccando che “no, noi siamo imparziali, noi facciamo informazione”. Bel successo, per loro, essere riusciti a convincere troppi che davvero sia così. E che davvero sia possibile.


 


 


 


 




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21 giugno 2004


"1948 - ISRAELE e PALESTINA tra guerra e pace" (l'ultimo libro di Benny Morris, io l'ho letto cosí)

L’ultimo libro di Benny Morris non è semplicemente un saggio storico, scritto dal più famoso “nuovo storico” di Israele. E’ anche - o forse soprattutto - un prezioso documento sul rapporto tra storiografia e politica nell’Israele di questi decenni; ed è, in sottotraccia, l’affresco del percorso scientifico e politico di uno storico “impegnato”, a suo modo militante come lo sono stati, assieme a Morris, molti storici “revisionisti”. “1948 – Israele e Palestina tra guerra e pace” sono, in realtà, più libri in uno. Il cuore ed il telaio dell’opera rimangono gli otto saggi storici, il primo quasi una “summa” delle tematiche della storiografia “revisionista”, e gli altri tutti incentrati sul 1948, ed in particolare sulla complessità di fattori che hanno portato al sorgere della tragedia dei profughi. Tuttavia, di grande rilievo è la scelta di inserire questi saggi tra un prologo, un’introduzione, ed un’appendice finale apertamente di altra marca.


Il prologo è un vecchio diario, quello del riservista renitente alla leva Benny Morris. E’ datato 1988 ed è la cronaca di una prigionia di tre settimane, cui Morris fu sottoposto rifiutando di servire nel West-Bank per contrarietà all’Occupazione. L’introduzione, invece, parla all’oggi e dell’oggi, ed ha per titolo un disperante: “La pace? Impossibile”. Parte dall’osservazione del processo di pace dal 1993 ad oggi, un decennio che ha visto l’ottimismo di molti – “cauto” era anche quello dell’Autore – cedere allo scoramento, alla considerazione che i Palestinesi, le loro leadership in particolare, non vogliono la pace. Arafat ha rifiutato le proposte di Barak e Clinton per una convinta e profonda avversione alla pace stessa. Ma se guarda soprattutto all’attualità di una pace impossibile, l’introduzione getta anche un ponte sui temi dei saggi storici. Guarda, in particolare, al problema dei profughi e a quello del rapporto tra maggioranza ebraica e minoranza araba, forse il vero nodo del futuro di Israele. La minacciosa crescita demografica e il terrorismo alimentano la spirale che rafforza anche oggi, nell’estrema destra israeliana, l’idea del “trasferimento”. Ma se dice questo quasi prendendone le distanze, a conclusione dell’introduzione, Morris scrive parole chiare: “Ci si può domandare cosa farebbe in una situazione simile Ben Gurion, se potesse tornare in vita in qualche modo, visto che probabilmente nel 1948 avrebbe voluto architettare un esodo completo piuttosto che parziale, anche se si tirò indietro all’ultimo momento. Forse oggi rimpiangerebbe la propria moderazione. Se fosse andato dritto, forse oggi il Medioriente sarebbe un posto più florido e meno violento, con uno Stato ebraico dalla Giordania al Mediterraneo, ed uno Stato arabo-palestinese in Transgiordania”.


Questa è la cornice, ma il lavoro dello storico rimane quello, coraggiosissimo e “demitizzante” che ha reso Morris il caposcuola di un fenomeno culturale – quello della “nuova storiografia” – di proporzioni epocali, in Israele. Il primo saggio - un ripasso di principi, scoperte ed opere-cardine per il Revisionismo israeliano - chiarisce lo spirito dell’opera: uno studio approfondito di fonti, inerenti i fatti del 1948, rese pubbliche da pochi anni, e l’onestà di rovesciare i miti della vecchia storiografia israeliana, quella segnata dalle opere di chi c’era, di chi il ’48 lo ha combattuto – dice Morris -, ravvedendo proprio in questo dato uno dei principali limiti di libertà e distacco, necessari a vedere la distanza tra gli ideali nobili e le pratiche, spesso assai meno nobili. Gli storici “revisionisti” hanno, dunque, vantaggio generazionale.


I sette saggi propriamente dedicati al 1948 sono una sistematica, ragionata e documentatissima demolizione di molti dei dogmi del primo sionismo post-statuale. Lo Yishuv – dimostra Morris – nel 1948 era già militarmente più forte dei palestinesi. Tra Israele e la Corona giordana vi era una sorta di accordo per spartirsi i terreni su cui, secondo il piano ONU del 1947, avrebbe dovuto nascere lo Stato Palestinese. Gli arabi non lasciarono, se non in piccolissima parte, i villaggi dove abitavano di propria sponte, né furono convinti da fantomatici massicci proclami dei propri leaders a farlo. Le terre furono comprate dai proprietari arabi, in condizioni di dubbia regolarità, e spesso furono semplicemente espropriate, a uomini e donne che vivevano i campi profughi lontani centinaia di chilometri. Il tutto, nell’incuria generale del mondo arabo per i destini del popolo palestinese, abbandonato, in quei mesi, anche dalla sua intellighenzia, che per prima aveva cercato riparo all’estero. Tutti orientati in questo senso, ad una ricerca della verità storica sempre contrapposta alle verità ufficiali, i sette, ricchissimi studi sugli eventi del 1948


Ma in conclusione, Morris chiude il cerchio iniziato col prologo. Pubblica una lunga intervista ad Ehud Barak, il premier che più vicino era arrivato alla pace e di cui lo storico era stato consigliere durante gli anni dell’illusione, ed un proprio puntuale commento. Emerge un quadro pessimistico e, pare, privo di ombre. Lievi, marginali, perdonabili gli errori di Barak e del suo Governo; tutte di Arafat e dell’ANP le responsabilità per il fallimento di una pace che sembrava cosa fatta. Versione dei fatti che anche ad occhi distaccati pare vicina al vero. Che le concessioni di Barak fossero le più generose mai fatte e, probabilmente, le migliori possibile da qui a sempre, sembra evidente. Stupisce, tuttavia, la risolutezza con cui Morris liquida tutte le voci “revisioniste” che hanno criticato duramente Barak, nella gestione del negoziato. E la decisione con cui difende la posizione e l’operato di Barak: sulla base forte, certo, della conoscenza diretta di quegli episodi, ma forse con il limite di un coinvolgimento personale alla vicenda ed al suo evolversi, lui che a Barak era così vicino. Lo stesso limite che Morris stesso rimprovera alla vecchia storiografia israeliana. Quella di quanti avevano combattuto e vinto, nel 1948.


 




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13 giugno 2004


LA POLITICA E LA METAFORA PALESTINESE (Domenica elettorale, leggendo Benny Morris.)

 Il silenzio politico che avvolge le giornate elettorali, non é solo una regola di salvaguardia delle libertá elettorali. É anche per chi fa politica, o ne scrive, o se ne occupa - a qualunque livello - una buona norma di igiene mentale. Certo, dipende dal grado di coinvolgimento, e dalla fetta di potere che ciascuno si gioca: ieri abbiamo visto che, per taluno, la regola sia solo un inutile fardello. Ma per noi, che - "diciamo" - la facciamo un po' cosí, la norma del silenzio - che in veritá non ci toccherebbe - mostra tutto il suo potenziale di salute: un giorno liberi da pronostici e dibattiti, ed anzi con lo sfizio di un'attesa coltivata sotto questi cieli del Nord. Fa fresco fuori, ed il cielo é meravigliosamente grigio. Il mio recente compleanno ha arricchito la mia biblioteca di un bellissimo pezzo: l'ultima, recentissima pubblicazione italiana di Benny Morris, intitolata: "1948". L'ho quasi finito, e piú diffusamente, semmai, ne parleró a lettura ultimata. Ma per uno strano, inconscio incrocio di destini, ne ho letto la parte centrale, quella sul destino dei profughi palestinesi e sulla storiografia ufficiale e non, proprio oggi. Giorno di elezioni, giorno di massima espressione della democrazia: che fornisce al potere legittimazione e che, dal potere, si aspetterebbe un ritorno di cura. Aldilá della coraggiosa opera di "demitizzazione" che Morris anche in quest'opera - come, ormai, da due decenni - pone documentatamente in essere, colpisce, sotto la luce di questo sguardo laico e profondamente disincantato, il destino di abbandono e incuria cui il popolo palestinese é stato da tutti gli attori politici del tempo relegato. Negli anni precedenti e seguenti il 1948, mostra Morris, se la preoccupazione centrale dell'Yishuv era la costituzione di un Israele solido e, possibilmente, con il minor numero di arabi possibile, non minori sono state le responsabilitá attive ed omissive di altri - decisivi - compartecipi alla guida del Mondo, o, almeno, di quel piccolo ed importantissimo pezzo di Mondo. Gli inglesi cambiarono posizione tre volte, sul punto: incuranti, durante la seconda Guerra Mondiale del destino degli ebrei europei, e poi del tutto disinteressati a quello delle popolazioni arabe, autoctone nella Palestina del Mandato. Ma sconvolgente é una delle piú recenti - e accreditate - ipotesi storiografiche: la guerra del 1948 sarebbe addirittura il frutto di un accordo tra il nascituro Stato Ebraico e la corona di Trans-Giordania (attuale Giordania), per spartirsi la terra che l'Onu, nel 1947, voleva attribuire al futuro Stato di Palestina, accanto allo Stato di Israele. Guerra quasi concordata, quindi: ed in effetti - caso unico, che io sappia - la Trans-Giordania perse la guerra e guadagnó tantissima terra. Gli Stati arabi - concordano molti indizi riportati da Morris - avrebbero attaccato non solo per impedire ad Israele di nascere ma anche, se non soprattutto, per disturbare l'espansione Giordana. Non lo fecero, in ogni caso, a tutela dei palestinesi.


Giá, i palestinesi: da loro iniziammo questa divagazione extraelettorale. Popolo metafora di sofferenze ingiuste e di colpe politiche proprie ed altrui abissali. Questa loro storia, coraggiosamente raccontatami da uno storico israeliano, in un pomeriggio tedesco grigio e fresco, mi ha portato lontano alle urgenze di un voto giá dato e di risultati che - innegabilmente - attendo. Mi ha riportato nel cuore di uno dei buchi neri del rapporto tra Politica, Potere e Masse: dove si perde la gestione del potere da parte della politica che sulla pelle delle masse gioca il proprio automantenimento. Diventato, inscusabilmente, obbiettivo di se stesso. Sará per questo che continuiamo a credere nel dovere della politica, parlata, studiata e vissuta. Perché, in un pomeriggio lontano lontano, un giovane che oggi ancora non é bambino, non debba accompagnare il proprio dovere e diritto di cittadino, all'amarezza disperante di storie come quelle che oggi, in un pomeriggio tedesco, grigio e fresco, hanno tenuto compagnia a me. Mentre aspetto i primi exit pool. 




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19 maggio 2004


Il pacifismo "riformista" in Israele.

Centomila, forse centocinquantamila persone in piazza a Tel-Aviv. Centocinquantamila israeliani, pochi giorni fa, a chiedere il ritiro da Gaza e la fine dell’occupazione: alcuni sostenendo la necessità di una riapertura “vera” dei negoziati per giungere ad un accordo integrale e definitivo, molti appoggiando il progetto di un ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza. Quello che Ariel Sharon ha visto bocciare dal suo partito. Variegata l’estrazione sociopolitica dei partecipanti: i partiti della sinistra istituzionale, le associazioni e i gruppi pacifisti ma anche molti, moltissimi cittadini esasperati da anni di sofferenza e precarietà, che nell’occupazione della Striscia di Gaza vedono una delle principali cause dell’odierna situazione. Centocinquantamila manifestanti sono tanti, tantissimi in un piccolo paese come Israele: tanti quanti riempivano le piazze, chiedendo pace ai tempi di Yitzak Rabin. Ma i tempi son cambiati, e a governare il paese stremato da un conflitto che, nuovamente, è tornato ad apparire senza fine, non è più il generale di sinistra che fu artefice del più serio tentativo di costruire una pace definitiva, ma un vecchio comandante di destra, che la violenza del terrorismo ha di fatto rilanciato come guida politica, dopo che un passato troppo pesante sembrava avergli sbarrato il futuro. Un uomo, Sharon, non certo capace di suscitare immediate simpatie nei militanti della sinistra né, tanto meno, negli esponenti di un movimento pacifista strutturato e ideologicamente forte, com’è quello israeliano.  I tempi sono cambiati, e la promessa di una pace ormai prossima è sfumata in Intifada, terrorismo e repressione, mentre la crisi economica non dà tregua. Oggi come allora, tuttavia, centocinquantamila israeliani scendono in piazza chiedendo finalmente pace e sicurezza. A guardare dall’alto questi due momenti di fermento della società civile israeliana, le differenze appaiono chiare, e assai più profonde delle similitudini. Gli anni di Rabin, con il loro carico di speranze legate ad una pace tessuta con pazienza, dopo decenni di conflitto sanguinoso, la fiducia reciproca tra il leader laburista e Yaser Arafat, tutto concorse, allora, al fermento politico ed emotivo che riempiva le strade di Tel-Aviv, con la pace ad un passo. Il culmino simbolico – vertice e canto del cigno di un’epoca probabilmente irripetibile – fu la morte di Rabin, infiorata dell’emozione per quel foglio insanguinato nella sua tasca, il testo di un famosissimo canto ebraico di pace che il leader laburista aveva cantato poco prima, al termine di una grande manifestazione.

Oggi tutto è diverso, e quel clima e gli uomini che lo hanno costruito sono irrimediabilmente passati: Rabin, il suo progetto e le condizioni che lo resero realistico sono morti, e Arafat, di cui l’intera società israeliana allora, in qualche modo, si fidò, è definitivamente destituito di ogni credibilità. Oggi nessuno si emoziona più, tra il Mediterraneo e il Giordano, al pensiero di una pace futuro ed anzi, parafrasando il titolo di un bel libro di Yeoshua, è forse giunto il tempo di scrivere il “Diario di un pacifismo freddo”. Negli anni scorsi, le pur frequenti manifestazioni organizzate dal variegato ed attivo schieramento del pacifismo israeliano, non raccoglievano che poche migliaia di unità, quasi a mostrare l’esito dell’idealistica battaglia contro i mulini a vento di una società ricattata dal terrorismo, e naturale preda del costante spavento.

Le centocinquantamila persone che hanno manifestato a Tel-Aviv costituiscono un dato che merita alcune considerazioni, e un’occasione di riflessione sui movimenti della società civile e della politica israeliana e non solo.

Da un lato, la particolare numerosità ed eterogeneità dei partecipanti alla manifestazione – sinistra sionista e gruppi antisionisti, solo per evidenziare la dicotomia più chiara – mostra chiaramente l’urgenza di obbiettivi chiari, con i quali alimentare la speranza concreta di una pace. Il ritiro unilaterale dalla sola striscia di Gaza non è certo il risultato massimo per gli ambienti della sinistra israeliana che maggiormente sono legati al pacifismo, storicamente propugnatori della trattativa ad oltranza e ancora determinati nel perseguire, anche ora, un accordo definitivo e integrale. E tuttavia, nel momento in cui un obbiettivo intermedio di particolare peso – il ritiro dalla striscia di Gaza, appunto – è stato messo a tema dell’agenda politica dal governo, pur avversario, non si è esitato a costruire una posizione responsabile, per quanto possibile unitaria, e che ponesse al centro del proprio agire politico gli obiettivi storici. Questo vale anzitutto per la sinistra istituzionale, i cui esponenti hanno dichiarato apertamente che sosterranno il Premier, qualora il Likud abbandoni Sharon sul piano di evacuazione di Gaza. In maniera diversa, tuttavia, anche il movimento pacifista israeliano – massicciamente presente alla manifestazione della scorsa settimana – ha mostrato un senso di responsabilità e una maturità politica ancora estranei ai suoi omologhi d’Europa,. Mentre Sharon, all’interno del suo partito, vive giorni di secca, l’imponente manifestazione di chi, dalla piazza, chiede il ritiro da Gaza può dare sostegno ad un’operazione politica coraggiosa quanto indispensabile per il futuro del processo di pace. Dimostrando che un “pacifismo” maturo – paradossalmente più facile, in un paese che dalla guerra è segnato davvero- non è intrinsecamente o, per così dire, geneticamente estraneo alla pratica riformista di sostegno al perseguimento serio di obbiettivi intermedi di rilievo, ed anzi coltiva il dialogo con tutte le forze politiche che realmente condividono il valore di queste tappe. L’obbiettivo vero, dunque, appare il perseguimento della pace come elemento storico – con i “se” e i “ma” propri della storia -, non l’utilizzo delle tematiche a questa legate a creazione di spazio e visibilità politica ed elettorale.




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4 maggio 2004


Ebreo, sionista, israeliano.

Termini che ritornano, insistenti, nel vocabolario politico in uso, anche senza i tristi esiti del referendum likudiano. Parole che, passate le tempeste di attualitá che ogni tanto ci portano lontano, riemergono: come "sempre verdi" della politica e, troppo spesso, delle propagande di ogni colore. Una lunga riflessione servirebbe a spiegarne l'ineludibile centralitá: ci si limiti a notare la cattiva metabolizzazione della storia del novecento europeo e dei sensi di colpa che ne sono figli, l'insostenibile vitalitá dell'impianto ideologico della "Guerra Fredda", le contingenze del nuovo scacchiere e delle nuove crociate, con Israele a far da cardine e cerniera. Ma non é di questo che si vuole dire, quanto, piuttosto riflettere su termini che si incrocia e non si sovrappongono: non dovrebbero, almeno, se non si costruissero sulla malafede di chi se ne serve in versione contrappositiva, quella - per intenderci - che abbisogna della preposizione "anti". Nel gioco delle combinazioni si danno ebrei-sionisti non israeliani (i diasporici), ebrei-israeliani non sionisti (si pensi ai gruppi radical-left), ebrei-sionisti antiisraeliani (si pensi ad Hannah Arendt, al suo sionismo alternativo), e cosí via. Combinando appartenenze, convinzioni, elaborati identitari.



La parola "sionista", poi, é la piú affascinante, la piú prismaticamente complessa: mentre le altre due definiscono un'appartenenza ed una cittadinanza - i cui criteri definitori sono forse piú facilmente ricostruibili -, "sionismo" butta nel mare aperto e non protetto del pensiero politico. Dove gli spazi sono in costante ri-costrutione. Cosí "sionista" si definisce il militante di Meretz che chiede lo smantellamento immediato delle colonie, di (quasi) tutte le colonie. E io con lui, ma questo importa poco. Cosí "sionisti" - ed unici "veri" nella follia di un'autoproclamazione - si definivano alcuni coloni di cui spesso fui ospite ed amico: fuori batteva il mare sulle spiaggie di Gaza, o, lí sotto, stava Ramallah coi suoi rumori, il suo cuore pulsante di corruzione politica e di disperata e disperante Intifada. "Qui é nostro, perché lo dice la Bibbia, lo vuoi capire?" Ai "prendere o lasciare" ho sempre preferito il "lasciare": non foss'altro per evitare di discutere il futuro politico di una terra, barcamenandomi tra un passo di Isaia ed una sura del Corano. Ad inquietarmi, allora come oggi, stava l'apoditticitá dell'esclusione: non credere al "Grande Israele" ed essere un "venduto" o, peggio, un nemico erano la stessa cosa. Di queste crepe che dividono, anche al loro interno, le identitá ci si dovrebbe di tanto ricordare, e della complessitá che esse rivelano. Infatti, colpisce il fervore di certo "antiosionismo" che pensa solo a Sharon: e dimentica i secoli passati a rinviarsi al prossimo brindisi pasquale, da consumarsi a Gerusalemme. Anche lí, che piaccia o no, affonda le radici il sionismo socialista dei Kibbutz: anticolonialista per vocazione. Che con il Likud odierno o con Gandi Zevi c'entra poco o nulla. Anche questo "anti", come l'entitá cui si oppone, si nutre di detestabili: "O tutto o niente".



Di contro, quantomeno perplessi, lascia lo schiacciare qualunque atteggiamento di critica alla politica di potere israeliana - eppure il Likud di questi giorni qualcosa dovrebbe dire, e niente di bello - alla siglia ormai compromessa di "antisionismo", forma elegante - si afferma, di solito senza spiegare - di antisemitismo. Come se "questo" Israele fosse l'unico figlio possibile del sionismo. Come se  qualunque cosa passi il convento di una societá pressata dal terrorismo, qualunque forma politica essa esprimesse, fosse buona: a meno di non farsi marchiare da "nemici". 



Di una cosa sono profondamente convinto: la democrazia salverá l'idea sionista e, con lei, Israele. La democrazia, l'unica del medioriente, quella che consulta dal governo i suoi elettori e, democraticamente, si fa bocciare una proposta intrinsecamente democratica, come il ritiro da Gaza. Quella salverá Israele: che ha il dovere di esistere, non il mero diritto. La democrazia salverá il sionismo, con la sua capacitá di costruire opzioni diverse, di creare spazi ideali diversi all'interno di un ideale solo, con la sua vocazione alla differenza e alla molteplicitá. Affermare che "ebreo", "israeliano" e "sionista" non sono un insieme unitario, ma contenitori intersecanti a mai irriducibili é nel democratico interesse di tutti, e anzitutto di chi si riconosce in una "identitá" senza fare proprio le altre; riconoscere, ancora, la potenziale molteplicitá dell'idea sionista é passo doveroso, di veritá storica e politica. Oltreché, naturalmente, alimento democratico per una democrazia.




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27 aprile 2004


IL MAL DI MEDIORIENTE

Mi prende a volte. Improvviso e acutissimo, fa forza su una piccola crepa, regalatami da un sapore ricordato, da una tonalità di luce, da un profumo simile ad un altro. Poi risale, esce: e diventa insofferenza a questa primavera nordeuropea che non è abbastanza viva, a questi cieli stellati asfittici.



Mi prende a volte: e per un istante è un vortice tattile, di quel tempo in cui pensai che quella terra potesse rimanere mia, in cui Gerusalemme mi abbracciava calda: madre e matrigna.



Mi prende: ed è l’ebbrezza folle di sentirsi in mezzo al mondo, quasi dimenticando – per un secondo – che a fare quell’epicentro è stata la follia dell’uomo, e della politica. Il fiato mozzato prendendo un autobus, il magone vedendo le vecchie palestinesi umiliate ai check-point: io, col privilegio di una identità multipla, e sempre quella giusta al momento giusto. Già, io, italiano-non-italiano, cristiano-non-cristiano, ebreo-non-ebreo, musulmano-non-musulmano: in ogni caso, unica cosa che davvero conta, non israeliano, e non palestinese. Anche questo, mi manca.



Mi prende, ed è il sorriso senza rimpianti che scappa pensando agli affetti che quelle vie tutti i giorni calcano. Nel paradosso di me che invidio loro – ma ho scelto altro -, e di loro che invidiano me – ma anche loro, forse, potevano altrimenti scegliere. E infatti non ho rimpianti. Mi prende, ed è il tempo in cui, ancora, nulla era deciso ed un paese che non sapevo se amare o odiare – e che, alla fine, amo più d’ogni altro – ammiccava alla mia vita, quella non ancora scritta: prima di diventare solo un posto per soggiorni regolari.



Mi prende, il mal di medioriente: ed è come una planata in folle volo, da cui intravedo la cupola d’oro della Moschea di Omar e le macchie nere degli ebrei ortodossi che lì sotto pregano, le vie di Mea Sharim – un angolo di “Shtetl” ottocentesco a lancette ferme -  e il check-point di Kalkilya, sulla via di Ramallah. E sono le valli – “dove all’ulivo si abbraccia la vite” -, e il deserto battuto da Hamsim – quel vento, da cinquanta gradi, e per cinquanta ore -, ed il mare, anzi, i due, tre mari, ed il fiume. Mi prende, il male di medioriente: ma è tutt’altro male quando dall’alto, tra il mare e il fiume, che troppi, di entrambi i campi, rivendicano come unici confini riconosciuti – quelli naturali, come a sancire l’incapacità dell’uomo di darsene -, dall’alto, sento gli odori aspri delle polveri, il grido della gomma che brucia dopo il botto. Mi prende, quel male, per queste troppe vite. Per loro, se anche arrivasse domani, la pace sarebbe sempre in fatale ritardo. 




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19 aprile 2004


200.000 persone al funerale di Rantisi.

200.000 al funerale di Rantisi. Circa il 13% della popolazione della striscia di Gaza: in Italia vorrebbe dire setto o otto milioni. Momento di gloria postuma per un terrorista: immaginate i reclutatori tra la folla, gli agitatori col megafono, i caporioni a far gridare alla vendetta: e la folla ad invocarla. Sharon elimina i terroristi, la multinazionale del terrore ringrazia. "Punirne uno per educarne cento" si delirava un tempo. Forse qualcosa del genere pensa anche Sharon e chi dissennatamente lo consiglia o lo incita. Il paradosso è che - forse - anche nelle segrete di Hamas il giochino funziona. "Ne hanno punito uno? E noi ne indottriniamo cento".




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