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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


3 luglio 2004


CARO DIRETTORE - E' tempo di un viaggio


Caro direttore,


ti invito allora a fare un viaggio. Io partirei dal nord, dal Baltico. Lituania, se dobbiamo darci un inizio. Le propaggini del nord-Europa, Europa politica quanto noi. Si scende, direttore, Varsavia, Chzestokowa, Cracovia, Oswiecim o, come e' stata ribattezzata dal fumo e dalla fama, Auschwitz. Piantato nel cuore di una terra cattolicissima, la Polonia, che nella religione cristiana ha sempre trovato riparo identitario e di unita', nelle bufere che toccano a chi stava tra Prussia e Russia. La sera, dopo le passeggiate nei campi, magari potremo con piu' coscienza parlare delle radice profonde della storia del nostro meraviglioso continente.


E ancora, verso sud Direttore. Praga, Budapest, Bratislava, Viennia. Come viene, direttore: littorine, autostop, e una camera digitale. A mettere mano dove presto o tardi rimarranno solo resti archelogici, nelle vallate slovene, come nei piccoli centri polacchi. Scendendo, per terre che Europee sono quanto e piu' dell'Italia, attraversando la Serbia Ortodossa, il massacrato Kosovo Musulmano, e dopo l'islamica Bosnia. Sarajevo – manuale di storia alla mano – e' Europa quanto Milano.


L'Europa e' un giardino di pietra, di umanita' spese tra le misture delle citta' di mare, e le grandi migrazione. In tutta Europa, tutte e tre le grandi religioni monoteiste sono fiorite al loro massimo, hanno regalato al Sapere del mondo gran parte di quel che oggi sapiamo. Il cristiano Galileo cambiava gli occhi dell'uomo su se stesso, i cristiani regnanti di Spagna scoprivano il Nuovo Mondo per dimostrare al mondo vecchio che la Terra e' sferica e gira, i Mori regalavano a Sicilia e Spagna un patrimonio architettonico unico al mondo, gli ebrei intessevano reti culturali che hanno regalato tra le migliori intelligenze dei secoli scorsi.


Questo vedremmo, direttore, passeggiando per Trieste e Sarajevo, dopo l'orrore di Auschwitz, o i quartieri della Berlino firmata Honecker. Parte di un'identita' europea, ingombrante e fastidiosa, ma presente. Capiremmo, guardando, il meticciato che fece grande questo continente, gli ingressi furiosi e fecondi dell' “Altro”. E vedremmo, nelle macerie polacche, dove puo' talora portare la costruzione di auto-identita' statiche, non malleabili, incapaci di aprirsi.


Non ci speri direttore, il viaggio dura ancora un po'. Istambul sara' europea, lo sappiamo. Sono – ma ti conosco, potrei scrivere direttamente “siamo” - tra coloro che auspicano questo passo politico: senza forzarlo, ma senza relegarlo all'indifferenza che tocca certi temi, piazzati al ventottesimo punto dell'Ordine del Giorno.


Bisanzio non e' meno europea di Berlino, forse: e allora ci andremo. A quel punto, direttore, puoi scegliere. Istanbul-Napoli, a rifocillarti dopo il lungo percorso. Oppure, fare un ultimo passo verso sud. Menzionavi – maligno, in giorni, per me, di nostalgia - il medioriente, la terra lancinata e sfinita, da rivendicazioni identitarie, da simboli “culturali” per i quali uccidere si puo'. Da Istanbul vale la pena di prendere un “charter”, uno di quelli per israeliani che vanno in vacanza. E trovarsi laggiu', in quella sponda che le crociate voleva cristiana, la storia divide come islamica ed ebraica, il futuro – spero – dira' terra di rispetto e pace, di riconoscimento reciproco e definitivo del diritto alla diversita' e alla presenza.


E' un viaggio che chiede tempo, direttore, e purtroppo non si puo' consigliare a tutti i puristi della tradizione identitaria, a tutti coloro che traccerebbero fin da ora confini “ad excludendum”. Servirebbe, credo. Pero' io e te, direttore, un giorno potremmo deciderlo. Cosi', per festeggiare... Cosa, direttore? Questo e' il punto. Per ragalrsi un pezzo di vita, direttore, una scusa sapremo pur trovarla....




Grazie per la pazienza infinita e mal riposta, e buona domenica. Domenica, direttore, giorno di dio: dipende da quale, pero'. E da se ci si crede.


Jacopo T.




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11 giugno 2004


CARO DIRETTORE - Il cinismo degli altri

Caro Direttore,



quando avevo sedici anni, un amico cattolico mi citó questa frase: "Noi siamo quelli che hanno capoito che la vita é piú importante della politica". L'aveva pronunciata un avvocato bresciano, un colto e pacato brontosauro che nella sua persona costruí la testa di ponte tra la prima e la seconda repubblica e che, oggi, alla vigilia del voto si ricandida come ponte di ritorno. Dalla seconda alla prima, in uno schieramento terzista, che non guarda avantí, ma apertamente e legittimamente indietro. Non nego che quella frase mi é rimasta in mente, é una di quelle che ci si porta dietro a lungo. Allora, al sedicenne che si affacciava alla politica, parvero parole sensate. Oggi, dieci anni e tante passioni e delusioni bruciate in piú, con elezioni alle porte e campagna elettorale fortunatamente agli sgoccioli, esse mi paiono ingenue. Nella migliore delle ipotesi. Presupposto sarebbe che politica e vita siano due entitá distinte, tendenzialmente incompenetrabili: sostanze chimiche che, se non si respingono, certo non si attraggono. In questi giorni abbiamo visto quanto questo paradigma sia fantasioso e comodo alla politica: alimento necessario all'impolitica dei piú, di quel cinquanta per cento di nostri concittadini che recentemente dichiarava di formare le proprie opinioni politiche ede elettorali davanti alla tivvú. Ci sono momenti in cui la politica grida alla Vita, al suo diritto a venire prima, alla necessitá di prescindere dalle categorie politiche. Momenti in cui grida al cinismo di chi dubita. Pensi al caso di tre ostaggi liberati, direttore. L'aver fatto qualche domanda, legittima anche in un momento di festa, ha scatenato la ridda di grida belluine e rabbiose. Dagli al cinico. Non ne ho peró sentite altrettante, sulle stesse bocche, quando la militanza politica di uno dei tre sfortunati é stata resa nota "urbi et orbi". Da lui e non solo. Mi capisca, non dubito della legittimitá di tutto ció e, come scrissi, neppure dell'opportunitá. La politica é cinica, si sa: basterebbe che fosse riconosciuta come tale in modo bipartisan. La politica e la vita, direttore, sono la stessa cosa. In questi giorni non riesco davvero piú a cogliere lo iato che le divide, e tra poche ore, quando avremo visto quanto la "pura vita" e la "semplice gioia" di tre uomini avrnno deciso le sorti di un Paese e di un Parlamento continentale, interpelleró uno ad uno i cantori del cinismo altrui. A tutto questo pensavo, ieri notte, mentre costeggiavo i laghi della Svizzera e le foreste del Sud della Germania, mentre combattevo con l'insonnia ed i rumori. Uno strano compagno di viaggio non mi lasciava al mio silenzio. Uno di quei mille che sul Milano-Francoforte, ripetendo un tragitto che la crisi economica teutonica dovrebbe aver spezzato, ancora mensilmente si incontrano. Cercherá un lavoro lassú: Matera un buco nero, lontano e perduto. Mi diceva che non sa che fare. Mi diceva che con l'euro va tutto peggio: prima i jeans costavano settantamila lire oggi cento euro. Mi sorprendeva la coincidenza dei dati con quelli riportati in un'intervista fra la "gggente" a pochi giorni dalle elezioni. Dati di esperienza indotta, mi verrebbe da dire. E via dicendo: che i politici sono tutti uguali, che lui non voterebbe mai, che bravi che li hanno liberati, quei tre cristi, peró....



Al risveglio da un sonno breve e puntiforme come le luci che si addensavano sui laghi, ho sorriso ai palazzi di Francoforte. Alle facce sorridenti di Angela Merkel e di Schroeder sui pannelli elettorali. Ripensavo alla politica che coltiva l'impolitica. Alle emozioni di un popolo intero divenute oggetto del contendere elettorale. Mi é mancato come mai prima, in terra straniera, di non poter costruire la mia solita, sempre piú o meno uguale, mazzetta di quotidiani di casa, Sará cinico, direttore: ma un muro di parole mi protegge dal cinismo altrui. E mi regala la libertá di ammetter il mio.



Grazie per la pazienza, caro direttore. Buon fine settimana e buon voto, Jacopo T.




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5 giugno 2004


CARO DIRETTORE - C'eravamo tanto amati? (o, "le parole di una manifestazione")

Caro Direttore,




il circolo che lega parola politica e verità politica è pronto da tempo a saltare. Magari è spezzato da tempo e noi ci ostiniamo a praticarla, e forse siamo già diventati velleitari profeti di noi stessi. Pensi alla giornata particolarissima di ieri. Ho passeggiato su Roma per otto ore, prima solo, poi in compagnia, ma sempre con la mia fotocamera digitale, per il gusto di possedere un occhio che avesse anche una memoria. Ho assistito a siparietti comici, che viravano in tragico, ho sentito parole, ho respirato, soprattutto, l'aria di una città meravigliosa. Pensi che il corteo degli Autonomi della mattina è passato, ad un tratto, sotto "Casa Pound": residenza storica di alcuni avanzi della storia, implumi fascisti che sono meravigliose caricature a cielo aperto. Se non temessi che il pensiero confuso di questi "giovini" rischi, talora, di diventare azione, riderei di queste cere piombate e ebeti. Insomma, com'era ovvio sotto "Casa Pound" è iniziato il tafferuglio verbale e a colpi di gentili appellativi: l'acme inatteso, tuttavia, è stato un approfondito dibattito storiografico. "Fascisti" alla finestra, "comunisti" on the road. Per me, una gustosa "finestra" sul cortile che l'Italia - provinciale anche se Capitale - non smette di essere. Dalle finestre di Casa Pound si gridava: "Andatevene da Bush, che sessant'anni fa eravate alleati suoi". "Se non sai la storia che cazzo parli a fare?" Un botta e risposta che mortifica le intelligenze, prima che le militanze, di entrambi i contendenti. In principio fu Bush, caro direttore: il presidente del mondo a Roma, una ricorrenza storica epocale, un'epocale campagna mediatica decisamente disonesta. Non roba da poco: eppure, al primo spunto, riemerge irrefrenabile la voglia di cortile, la lingua della provincia politica. Ed il cliches linguistico dei tempi che furono: ventenni che si rinfacciano il ventennio, l'atomica su Hiroshima, o che rivendicano la bonifica dell'Agro Pontino, francamente, fanno pena: prigionieri, come sono, della lingua di altri, e di altri tempi. Si immagini la fatica di spiegare questo spaccato di presente invischiato nel passato, a due turisti americani: il disagio nel portarli dalla protesta per l'arrivo del loro Presidente e contro la sua guerra, ad una bega di quartiere politico. E via passeggiando, ho assistito da vicino - e immortalato con scarsa perizia - gli scontri tra forze dell'ordine e poche decine di stupidi: dalla conca del Circo Massimo tiravano verso l'alto uova marce e un paio di molotov. Le forze dell'ordine hanno risposto con misura, mezz'ora è bastata per rivelare la natura di quel momento: mera coazione a ripetere, da decenni, un "cliche" ormai men che minoritario anche nell'ala non istituzionale della sinistra, colpevolmente ritratto - secondo altri colpevoli "cliches", quelli della propaganda - come "notizia" da copertina di TG. Noti, caro direttore, che a quel punto passeggiavo con due persone a me molto care. Una di queste, uno splendido cinquantacinquenne, è uomo di sinistra della vecchia generazione come pochi, purtroppo, ne ho incontrati. "Homo politicus" acuto, sensibile, straordinariamente moderno si è visto avvicinare da un commentatore con pretese di analista: "la colpa di questi fatti è vostra, se i DS fossero stati in piazza queste cose non sarebbero successe. Voi dovevate esserci e fare il servizi d'ordine". Parole d'ordine dei decenni che furono. Uno sproloquio tutto giocato sul "voi", tanto da farmi pensare che lo scriba fosse - chessò - in quota AN. E per un militante del PCI-PDS-DS - ho scoperto - non è niente male, a proposito di cliches.... Non commento, a chiusura, le inqualificabili frasi si pochi fascistelli tinteggiati di rosso: fascisti nei metodi e nei contenuti, come quel ragazzotto che ha rubato la macchina fotografica ad una fotografa, rea di averlo immortalato nel mezzo del lancio di uova e bottiglie. Gli ho urlato che era un fascista: mentre lui, immagino, lo urlava ai cellerini. E, ancora, torniamo circolarmente ai cliches di una lingua, quella della politica, che nell'aver perduto la voglia di rinnovarsi, ha perduto la capacità di aderire ad una verità sempre più complessa degli stigmi e degli anatemi. Questo diceva, poche sere fa, un grande scrittore israeliano, David Grossman: e raccontava di come la parola sia una missione per chi ne faccia la sua professione. Di come liberarla dai cliches sia un dovere insopprimibile: perchè torni ad essere uno strumento puro e contaminato insieme, non un'arma affilata e affinata nelle mani di tecnici della verità preconfezionata. No so dirle se ne sia, ne siamo in grado: ma credo che questa liberazione della parola sia nostro dovere, forse la ragione sotterranea della trascuratezza di affetti che le fa male, direttore. Di certo un compito alto: di testa e di cuore.
E poi chissà, magari un giorno ci troveremo come quel meraviglioso personaggio interpretato da Stefano Satta Flores, a camminare su un ponte di Roma e a dire infervorati: "Perchè l'intellettuale è più avanti è più indietro è più su è più giù: insomma, è più oltre". Da dietro, col passo confuso del "prolet" vero, un romano che ieri ha lasciato Roma, questo paese e questo mondo lo chiamava, se ben ricordo, ad altra strada: "A più oltre, ma 'ndo vai?" Ma se sarà stato alla fine di un percorso di fedeltà al dovere di una parola libera, di una parola che allo specchio dei nosri occhi e dei nostri occhiali non farà male a nessuna coscienza, sarà forse meno acre la passeggiata. Meno disperante il nostro, inevitabile come per tutti, "c'eravamo tanto amati".




Grazie per la pazienza e l'attesa, e buon fine settimana, caro direttore. Jacopo T.




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20 maggio 2004


Caro direttore - inizierei da Israele

 Caro Direttore,




ad apertura di una pubblica corrispondenza si dovrebbero precisare gli intenti. E poiché è pubblica, parrebbe doveroso, a vantaggio di chi non conoscesse i due corrispondenti, tratteggiare il minimo di ogni massimo sistema: un identikit minale del perché, se non del “perchi”. Ma Lei ed io sappiamo che intenti ed orizzonti sono per definizione temporanei: ed è la contingenza a guidare un epistolario, come la vita. E lasciamo che sia. Parlerei volentieri di Israele, di questo specchio del mio percorso politico che, a intervalli regolari, si fa protagonista di ogni discorso pubblico. Ne parlo spesso, molto, con la presunzione che mi segna ne ho fatto anche una rubrica, ed il perché affonda le radici in un passato personale e collettivo chiaro: forti, ancora, i tratti della vittima e del carnefice si aggirano per il Vecchio Continente; netti, ancora, i lasciti di una guerra interminabile e fredda, come la pace di Yeoshua, che ha regalato al mondo la convinzione che anche sullo scacchiere mediorientale si dovesse avere una posizione, per contare qualcosa agli occhi di Washington e di Mosca; nitidi – ma questo importa poco – i profumi di mare e di macchia mediterranea che ancora sento, talora, passeggiando per il mondo. Rimando indelebile di quelli che, laggiù, mescolano intifada, guerra fredda e campi profughi. Sia chiaro: ne parlo oggi, ad apertura di una corrispondenza, solo perché qui la tragica contingenza di queste ore ce lo impone. Perché il basso continuo di una crisi continua tocca oggi picchi che avremmo evitato volentieri.




Mi “occupo” di medioriente da qualche anno: a vario titolo seppur indegnamente, e con invariata passione. E mai come guardando a Gerusalemme mi sono sentito sul crinale che affaccia a due diversi baratri. In queste ore, poi, non riesco a nasconderLe qualche vertigine: affascinato dalla sinistra sionista non esitai a lodarla, perché capace di sostenere perfino Sharon che prometteva di abbandonare il ginepraio di Gaza. Per poi trovarmi tra le mani una stragetta propedeutica, mi hanno spiegato, proprio alla restituzione di Gaza. Il crinale sta lì, nell’equilibrio della via stretta. Nel merito significa difesa piena di Israele, del suo da troppi – mondo arabo, e occidente deglobalizzato a puntello – misconosciuto diritto di esistere, dal tormento violentissimo del terrorismo; ma anche nella rivendicazione, per il popolo palestinese, di quella “autodeterminazione” che è scritta in ogni convenzione internazionale: il che, vien da sé, diviene critica politica a certe, determinate politiche israeliane, nonché a certe, inqualificabili leadership palestinesi. Se questo è il merito, facile fare un passo che diviene presto metodo: lo applichi, se ritiene, ai convulsi giorni che viviamo, segnati da mozioni e distinguo sulla crisi in Iraq. Parafrasando un autorevole autore polacco, riassumerei il balletto sul “chi va e chi resta” con la frase: “Alziamoci, andate”. A segnare l’incrollabile fideismo di chi, nel pantano mesopotamico, sarebbe affondato “senza se e senza ma”: che si aggrappino adesso all’ONU, dopo averla ritenuta “de facto” superflua, è una delle tante vergogne di certe improvvisate vocazioni alla politica o, peggio, alla democrazia. Non nego, tuttavia, le mie perplessità sulla proposta di ritiro. Non mi raccapezzo tra i due estremi possibili dati per esaustivi di un arcobaleno intero, perché ho il tetro dubbio che siano diventati poli di professione “metafisica”: mentre la politica langue altrove. Per esempio, dove ci si batte nella costruzione seria di un serio progetto.


Dal merito al metodo, giungerei agli affetti. Esposta la mia posizione su tragedie che – è bene ricordarsene – ammazzano le mogli e i figli di altri, Le spiego cosa si dice di me quando parlo di Israele. “Sionista” – e vien da sé, è un insulto – dalla folta schiera di ignorantissimi “anti”. “Antisionista” – e vien da sé, è un delitto – dalle ormai nutritissime file di altrettanto disinformati “pro”. “Antisemita” ancora no: ma sono paziente e sento che prima o poi arriverà.

Con il sorriso dell’autoironico vittimista che in fondo sono, Le chiedo, caro Direttore: sarà questa la “solitudine del riformista”?


Grazie della pazienza, e buon fine settimana, Jacopo T.




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