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10 agosto 2005


(ritiro da gaza) Intervista a Tom Segev

Gerusalemme. Dalla finestra della sua casa. Tom Segev indica il muro che tratteggia le pendici ondulate di Gerusalemme, separandola dai Territori Dall’ultimo piano della palazzina in cui vive, in un quartiere laico e residenziale, dominiamo una città silente, che aspetta la fine di Shabbat, e l’inizio dell’ultima settimana di attesa, prima che le danze del ritiro da Gaza comincino. Tom Segev è un intellettuale di fama mondiale, storico di formazione non accademica, columnist del quotidiano progressista Haaretz. Nel suo paese è conosciuto quanto discusso. Con il suo "Settimo milione" aveva infilato il dito nella piega di uno dei tabù più radicati nella società israeliana, mostrando il peso socio-psicologico della Shoa nella formazione della coscienza nazionale. Il suo ultimo libro, sul 1967 e la Guerra dei Sei Giorni, sta inesorabilmente scalando le classifiche. Segno di una società che, tra i nastrini arancioni che orlano le macchine di chi è contrario al ritiro da Gaza, non ha smesso di interrogarsi sul proprio passato, e sul futuro che potrebbe iniziare tra pochi giorni.

Il più grande leader mancato della sinistra israeliana, Avraham Burg, del ritiro da Gaza ha detto che è stato un capriccio di Sharon, una scelta frutto di un processo non democratico, senza un orizzonte politico vero. L’unica ragione per appoggiarlo è che esso rappresenta un passo di distacco "dalla follia nazionalista che aveva preso il controllo dell’identità israeliana". Condivide?

Ci sono diversi aspetti che lasciano effettivamente perlpessi. Anzitutto il disengagement contraddice l’impegno preso da Sharon prima delle elezioni. Amran Mitzna, il candidato della sinistra, si presentò promettendo un ritiro unilaterale dai Territori in caso di mancato accordo coi palestinesi, e la maggioranza degli israeliani votò Sharon perché questo non avvenisse. E’ vero, il piano di Sharon è stato approvato dal Governo, dalla Knesset, e anche dalla Corte Suprema. E tuttavia, dal punto di vista del rispetto pieno delle forme democratiche, non c’è dubbio che il modo migliore per arrivare a questo passo sarebbe stato ritornare alle urne, e presentarsi con un programma politico da sottoporre ai cittadini israeliani.L’altro limite sta nel fatto che, non essendo il disimpegno parte di un più complessivo piano politico, non sappiamo dove condurrà, né cosa avremo in cambio da questa scelta. Non mi stupirei se i palestinesi interpretassero questa mossa come un nostro cedimento di fronte alla strategia terroristica degli ultimi anni e, di conseguenza, ci trovassimo di fronte ad una recrudescenza del terrore che miri a concessioni riguardanti il Wets Bank, riguardo al quale Sharon non ha alcun progetto di medio termine, né una strategia di negoziazione reale.

E poi ci sono i coloni, le loro proteste, e le loro minacce.

Per certi versi, quello dei coloni è l’ultimo dei problemi. Conoscevano bene la precarietà del loro status; in fondo non erano che emissari di una politica territoriale del governo. La politica è cambiata, e loro devono tornare a casa. Rimane, invece, la questione culturale, il rischio di proteste esplosive. La cosa interessante è che i coloni non sono riusciti a mobilitare una fetta di oppositori più ampia, quantomeno a livello di opposizione attiva, pronta a fare qualcosa. Avevano promesso 500000 persone a Gush Katif, il ché avrebbe reso tecnicamente impossibile il disimpegno. Non ne hanno portate più di 50000, dopo aver organizzato una campagna mediatica e politica di altissimo livello, e ormai sanno che Gaza è persa.

La popolarità di Sharon e del suo piano, però, sono in calo vertiginoso. All’inizio era supportato dal 75 % degli israeliani. Oggi non si arriva al 50 %.

Esatto, e nella sconfitta questa è la loro grande vittoria. La maggioranza degli ebrei di Israele non è più favorevole al ritiro, e lo si vede da quante macchine siano addobbate di nastrini arancioni, oltre che dai sondaggi. Non sono riusciti a mobilitarli concretamanete, a far sì che in massa partecipassero alla protesta, ma hanno comunque raggiunto un obiettivo per loro fondamentale sin dall’inizio: preparare la società israeliana ad opporsi realmente ad un eventuale futuro piano di ritiro dal West Bank, che comunque non è certo nell’agenda di Sharon. A complicare ulteriormente un eventuale futuro ritiro poi, sta il fatto che, come ho detto, non si deve a questo punto escludere che il terrorismo palestinese ridia fuoco alle polveri, sperando proprio di ottenere il West Bank.

Senza trascurare l’incognita degli obiettori di coscienza, i refusniks di destra che a piccoli gruppi hanno iniziato a dichiarare il loro rifiuto di procedere all’evacuazione.

Potenzialmente è un problema serio, che potrebbe diventare paralizzante e far vacillare la democrazia israeliana. Ma al momento non mi pare che questo sia possibile, perché – aldilà delle dichiarazioni – non è certo un movimento di massa, anzi. Sono piccoli gruppi di estremisti che, peraltro, esistono in tutte le democrazie e, anzi, vera prova di democrazia è il poter metabolizzare piccole frange estremiste ed antidemocratiche come queste. Per avere la guerra civile ci vorrebbe un ammutinamento vero e di massa nell’esercito, cosa che non si vede. E’ curioso, perché abbiamo un esercito in cui un grande numero sono giovani che vestono la kippà fatta a maglia. Proprio la tipologia di persone che, oggi, è contro il piano di Sharon, e che mette nastrini arancioni alla macchina. Gente che solidarizza coi coloni, ma che poi, al momento di decidere se obbedire agli ordini o rifiutarsi, sente per la maggior parte un senso di obbligazione verso lo Stato, un senso di fedeltà verso Israele e la sua volontà formatasi dentro ad un processo comunque democratico. Sono contrari ma obbediscono. La loro coscienza di cittadini e soldati israeliani, al momento, sembra ancora prevalere su quella di ebreo religioso.

Rimane un piano costoso, rischioso da tutti i versanti, con una serie di incognite pratiche e culturali enormi per il presente e per il futuro. Perché appoggiarlo?

Perché è un passo importante verso una gestione più razionale del conflitto. E’ inutile farsi prendere da retoriche facili: la soluzione definitiva e complessiva del conflitto non è vicina, e la ricetta non ce l’ha in tasca nessuno. Non Sharon, ma neanche qualcun altro. Sono possibile, invece, scelte che rendano il conflitto esistente meno pressante e più gestibile. Questa scelta, anzitutto, migliora la condizione dei palestinesi della striscia, che guadagnano un pezzo di terra di dimensioni importanti, visto che poche migliaia di coloni occupavano più del 10% della striscia, mentre a Gaza City i palestinesi vivono stipati come in un alveare. Rimangono ovviamente molti problemi, ma questa decisione riduce la tensione in modo importante, anche se limitatamente alla questione-Gaza. Del resto Sharon è ancora, fondamentalmente, un generale. Difficilmente un generale diventa uno statista a 80’anni. Ha capito, da comandante sul campo, che quello della Striscia era un fronte che non valeva la pena di difendere. Non che non si potesse, per carità, ma a costi umani e economici intollerabili.

Un ritiro strategico, dunque. Davvero è tutto qua, o ci sono significati politici e simbolici che forse travalicano la stessa volontà di Sharon? In fondo, per i nazional-religiosi non c’è ragione strategica che tenga: Eretz Israel va difeso, tutto, e a qualunque costo.

In effetti la questione è più complicata. Da un lato, in una prospettiva storica di lungo termine, la portata dell’evento rimane limitata. Occupammo Gaza nel ’56, e la lasciammo solo un anno dopo. Ma erano altri tempi. Perché se invece rapportiamo il ritiro alla storia più recente, diciamo a partire dalla Guerra dei Sei Giorni, il discorso cambia. Lasciare Gaza, in effetti, non è come ridare all’Egitto Yamit (insediamento nel Sinai restituito in seguito agli accordi con l’Egitto di Sadat, nel 1982, n.d.r). Perché Gaza, a differenza di Yamit, era Eretz Israel. Da lì, si proclamava da decenni, Israele non se ne sarebbe mai andato. Gaza era Gerusalemme. Da questo punti di vista, allora, il ritiro da Gaza è una rivoluzione psicologica e simbolica. Non è un caso che, con grande intelligenza mediatica, Sharon e i suoi consiglieri abbiano introdotto nel discorso pubblico la parola "disimpegno" (disingegament, appunto), che suona astratta, morbida, neutra, invece di usare la parola ritiro (withdrawal), più netta, più traumatica.
Vedremo, a questo punto, quanto violente saranno le operazioni. Nessuno può sapere cosa succederà se un bambino delle colonie verrà ucciso, ad esempio. La situazione mi ricorda la lotta inerente i rapporti tra Israele e la Germania post-nazista negli anni cinquanta. In entrambi i casi ci si trova di fronte ad una decisione di un governo eletto democraticamente, che tocca corde emotive profonde del popolo israeliano, e – in quell’occasione – la giovanissima e ancora fragile democrazia israeliana sembrò vacillare quando una massa di persone attorniò la Knesset lanciando pietre. Per un attimo la democrazia vacillò. Qualcosa di simili, emotivamente, si vive oggi e nessuno può capire, esattamente cosa succederà.

Non per nulla, forse, i coloni si sono descritti come vittime di un vero e proprio abominio, paragonandosi addirittura agli ebrei vittime di Hitler, e cucendo sui propri abiti stelle di David gialle, poi mutate in arancione.

Non bisogna dimenticare, in questo contesto, che tutti gli israeliani collettivamente tendono a percepirsi e a descriversi sempre come vittime. Allo stesso modo, specularmene, anche i palestinesi coltivano lo stesso immaginario parlando di se stessi. I coloni hanno giocato durissimo, su questo piano. Peraltro, se all’inizio non avevano paura né vergogna di paragonare Sharon ad Hitler, e se stessi agli ebrei del Ghetto di Varsavia, oggi hanno smesso, perché hanno capito che questo paragone assurdo creava scandalo, e non simpatie, in Israele. Il paragone, poi, oltre che assurdo è fuori legge, dopo che in passato era stato fatto per Rabin, e ne aveva in qualche misura giustificato anche l’assassinio. Così sono passati dal giallo all’arancione, mentre la sinistra ha colto la palla al balzo per impossessarsi del blu, il colore della bandiera nazionale, di solito monopolizzata dal Likud.

Oltre che della bandiera nazionale, la sinistra israeliana si è anche impossessata di un leader: Ariel Sharon.

Già, Refusniks di destra e Sharon leader della sinistra: il mondo alla rovescia. Destra e sinistra, in Israele, sono categorie problematiche, oggi più che mai. Certo è che la sinistra israeliana vive tempi di grande confusione, ed esce da troppi anni di leadership vacanti o inadeguate. Non mi stupirei affidasse la prossima candidatura all’attuale comandante delle Froza Armate, Dan Halutz. Per poi stupirsi, ancora una volta, che un grande generale non è necessariamente un grande politico.

Facile dire che alla sinistra e ancora di più al paese è mancato Rabin. Non fosse stato assassinato, forse, io e lei non saremmo qui a parlare.

Di questo non sono affatto sicuro. Rabin è stato ucciso prima di dover decidere davvero a cosa rinunciare. Anche lui fu eletto sulla base di una promessa solenne, e non mantenuta, di non dialogare mai e poi mai con l’OLP. Inoltre non era entusiasta di Oslo, un piano di pace pensato e negoziato da altri. Per questo è davvero difficile dire fino a che punto sarebbe arrivato.Del resto la morte di Rabin tolse le castagne dal fuoco anche ad Arafat, evitando anche a lui di mostrare al mondo, agli israeliani e ai palestinesi fino a dove era davvero disposto a spingersi.
Certo è, però, che Oslo, era il miglior piano di pace possibile, perché il vero significato degli accordi non era quello, dichiarato, di arrivare ad una pace definitiva entro scadenze temporali precise. Il tessuto profondo degli accordi riguardava, piuttosto, la volontà concreta di negoziare passo a passo i problemi mano a mano che si ponevano, con la flessibilità non ideologica che serve di fronte ad una situazione incancrenita come questa. Questo era il massimo pregio di quegli accordi e lì stava la statura politica di Rabin. Non architettò lui accordi che non appartenevano alla sua storia politica, ma colse in quel piano di pace un segno dei tempi. Capì che l’onda lunga della rivoluzione sionista era finita, che la società israeliana era lontana dal sogno collettivista e pionieristico delle origine. Era ormai una società individualista, che voleva quiete e sicurezza, non sfide. Era iniziato l’Israele post-sionista, e Yitzak Rabin l’aveva capito.

 

Jac su Il Nuovo Riformista del 9 Agosto




permalink | inviato da il 10/8/2005 alle 8:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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