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12 gennaio 2005


[eretzisrael] Beit Daniel, parole e immagini dall'ebraismo riformato (e minoritario)

Non sorprende che Beit Daniel, la più importante e frequentata Sinagoga Riformata d’Israele, stia nella parte nord di Tel Aviv. Lunghe strade alberate costeggiano ampi parchi, in eleganti quartieri di case basse, immerse in rigogliosi giardini. Vivere a Nord Tel Aviv non è un semplice status symbol, visto che da decenni, ormai, questa zona è il naturale approdo della classe emergente ed intellettuale. Benestante, certo, ma soprattutto laica e cosmopolita. Avvocati, professori universitari, medici, designer, architetti hanno eletto questi verdeggianti isolati a propria dimora.
E Beit Daniel, da queste parti, è al suo posto, con le sue geometrie essenziali, modernissime, da sinagoga di New York. Più difficile, invece, sentirsi a proprio agio in Israele, come emerge dalle prime parole del rabbino capo, Meir Arazi: “La voce dell’ebraismo riformato è quella più numerosa, più forte, dell’ebraismo mondiale. Ma in Israele è invece minoritaria. Una delle ragioni principali di questa inversione, rispetto alla tendenza mondiale, è la provenienza di un alto di ebrei israeliani da paesi e da culture non democratiche. Chi arriva qui dagli stati arabi, o dell’ex Unione Sovietica, ha forse maggiori difficoltà ad assumere pienamente i principi di democrazia e pluralismo che costituiscono il fondamento dell’ebraismo riformato. Proprio per questo è una grande sfida Beit Daniel”, nello Stato ebraico che accorda e riconosce pieno statuto di “ebraicità” ai soli rabbinati ortodossi, almeno per quanto riguarda i numerosi effetti civili e legali delle pratiche religiose. “E’ ridicolo che lo Stato d’Israele continui a non riconoscere i matrimoni celebrati da noi. Una coppia israeliana che voglia contrarre un matrimonio religioso, ma non presso una sinagoga ortodossa, è costretta a sposarsi civilmente all’estero”. Percorso tortuoso, dunque: matrimonio civile altrove, riconoscimento dell’unione da parte delle autorità israeliane e, infine, matrimonio a valenza esclusivamente religiosa in una sinagoga riformata d’Israele. “Per lo Stato Ebraico, dunque, un matrimonio celebrato da un pescatore di Cipro, delegato dal sindaco della sua cittadina, vale più di quello celebrato da me.” Eppure i numeri dicono di una tendenza in costante aumento: se nei primi anni novanta i matrimoni “riformati” erano poche decine, oggi la sinagoga di Beit Daniel ne celebra centinaia, come molte altre sinagoghe riformate d’Israele. Non solo, a dichiarare la propria appartenenza all’ebraismo non ortodosso, è sempre più spesso quella che Rav Arazi definisce “la creme della creme della società israeliana”. La Bar Mitzvà della figlia di Ehud Barak presso Beit Daniel è solo un lampante esempio. Emerge qui, stilizzata, una delle faglie di conflitto che più in profondità segna, al proprio interno, la società israeliana, quella riguardante la diversa percezione dell’identità ebraica, spesso semplicisticamente riassunta nella dicotomia laici-religiosi. “Quando vengo intervistato telefonicamente per gli exit pool elettorali, una delle prime domande è se sono laico o religioso. Cosa che, in Israele, significa o ortodossia, o assenza di ogni pratica religiosa. Queste, per persone come noi, sono domande dalla risposta difficile, e tendenzialmente fuorviante. Se dico che sono tradizionale, mi colloco nell’area dello Shas; se dico che sono religioso, vengo percepito immediatamente come ortodosso; se dico che sono secolare, si pensa ad una assenza di pratica e di convinzione religiosa”. Proprio la posizione di ufficiale subalternità, cui è relegato l’ebraismo riformato israeliano, tuttavia, contribuisce a quel dualismo senza sfumature già rinvenibile alle radici storiche dello Stato: i kibbutzim atei e socialisti da un lato, e la laboriosa costruzione di un fronte sionista legato all’ortodossia, dall’altro. “O bianco o nero” dice Arazi. Vale a dire: o la secolarità disconnessa da ogni identificazione religiosa con l’ebraismo, o un’affiliazione integralmente ortodossa.
La situazione è particolarmente delicata per i numerosi nuovi immigrati, la cui identità ebraica ha, talora, dei tratti decisamente sfumati. “Già, loro quando arrivano devono scegliere: o ebrei ortodossi, o niente. Questo, dell’alternativa tra scelte radicali, è un grosso problema e limite della società israeliana, anche in politica”. La terza via che manca, sbarrata o mai davvero percorsa, Arazi la indica in uno Stato compiutamente laico, capace però di conservare un’identità culturale ebraica plurale. Non discute il rispetto dello Shabbat, e la garanzia del cibo kasher nelle pubbliche istituzioni, sapendo però che “forzare al rispetto delle norme e costringere ex lege non è mai salutare”. E’ ben conscio, Rav Arazi, che il riferimento all’ebraismo rimane il sottotesto indispensabile di ogni discorso pubblico e politico efficace, che sia capace di parlare all’anima della società israeliana. Di questo discute, oltre che da rabbino capo del più importante centro dell’ebraismo riformato in Israele, anche da militante storico e membro della commissione centrale del partito di Meretz, da sempre punto di riferimento per la sinistra sionista, e ora confluito in “Yachad”, assieme alla sinistra laburista guidata da Yossi Beilin. “Uno dei più grossi errori dell’area impegnata nel processo di pace, che l’ha indebolita fino a renderla minoritaria, è stato il non parlare un linguaggio ebraico. Parlando una lingua sempre razionale, dicendo certo cose giuste, ma senza riferimenti alla tradizione ed identità ebraica, ha finito per perdere il contatto con la cittadinanza israeliana, per la quale i simboli d’identità e d’appartenenza sono comunque simboli ebraici”. E’ questa un’ulteriore tensione da affrontare, di fronte ad una consistente maggioranza di israeliani secolarizzati, che tuttavia rispondono con i simboli e i linguaggi dell’ebraismo ad un forte bisogno identitario. All’orizzonte un bivio: la laicità plurale di uno Stato Ebraico rinnovato, come lo immagina Arazi, o la sclerotizzazione di risposte conservatrici alla diffusa e naturale necessità di appartenenza, potenzialmente produttiva di gravi tensioni sociali, nell’Israele odierno. “Una sfida che la sinistra israeliana rischia di perdere, affidandosi completamente a linguaggi più convincenti per l’orecchio dell’intellighenzia europea o americana, che per le sensibilità di questo paese”. Indica in Clinton e Tony Blair due modelli da cui trarre insegnamento, “perché hanno saputo parlare alle radici della loro nazione, senza pervertire la storia del proprio partito”.
In Israele, dice, questa cosa sembra riuscire meglio ai Begin e agli Sharon: “a sinistra solo Yitzak Rabin, negli ultimi decenni, ne è davvero stato in grado”. Vede un partito laburista allo sbando, capace solo di soccorrere Sharon nel momento del bisogno. “Sarà naturale, in queste condizioni, che gli israeliani continuino a votare Sharon: parla la loro lingua e viene riconosciuto nei fatti, da Peres, come più capace di lui, nel fare ciò che la sinistra propone da decenni.”
Del resto, grandi cambiamenti non paiono in vista all’interno del Labour israeliano che, mentre partecipa all’ennesimo governo di unità nazionale, deve anche iniziare a pensare al prossimo candidato premier. “Si fa di nuovo il nome di Ehud Barak, o di questo giovane astro in ascesa, Pin-Paz, ma vedrete che, alla fine, il giovane leader della nuova sinistra israeliana, si chiamerà Simon Peres”.

Sulla base dell'inchiesta svolta nelle settimane scorse con Francesco Grandi, un articolo su "Il Nuovo Riformista" di oggi.




permalink | inviato da il 12/1/2005 alle 18:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa
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