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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


14 gennaio 2007


Erba come l'ho vista

Erba come l'ho vista il giorno dopo il fermo dei Romano, e il giorno prima della loro confessione

Erba. Uno spettro si aggira, quasi irridente, per il paese: è lo spettro del garantismo. Fin dalla prima mattina, mentre le nubi notturne si sciolgono sulle colline della Pedemontana e gli incubi di sangue sembrano parlare lombardo sempre più ad alta voce, Erba recalcitra e si contorce. I tabloid dei quotidiani locali lasciano increduli, le voci su Olindo Romano e Rosa Bazzi passano, ma la voglia di credere ad altro, a tutt’altro, in qualcuno resta. E monta di ora in ora, di capannello in capannello, almeno in chi ha voglia di parlare e non aspetta che di essere abbordato da una penna o, meglio, da un microfono qualsiasi. “Non vorremo mica condannarli senza processo?”, “Fino alla sentenza sono innocenti”, “E’ impossibile che abbia fatto tutto un uomo solo, o con l’aiuto di una donna”.
  Non è un caso che ieri mattina la Padania abbia affiancato la notizia del fermo dei coniugi Romano a un’intervista all’avvocato Marazzita, titolata «No al teatrino mediatico che fa audience sui delitti». Da Piazza Padania, com’è stata ribattezzata dalla precedente amministrazione leghista la Piazza della Stazione, fino alle centralissima Piazza Mercato, a pochi metri dalla casa del misfatto, corre la new wave garantista in salsa padana. Sembrerebbe quasi figlia di un ravvedimento tardivo, dopo che alla costruzione del mostro Azouz tanti volonterosi dichiaratori avevano contribuito da subito, l’11 Dicembre scorso, trovando la pronta collaborazione degli organi di “informazione” ma anche lo scaltro avallo di una Procura che, probabilmente, ha deciso prestissimo in quali cassetti frugare davvero. La fondatezza delle accuse e la gravità degli indizi saranno oggetto di un processo, certo è che un fermo deciso dopo un mese d’indagini è segno un po’ più solido della sconclusionata crocifissione di un tunisino che stava in Tunisia, e non in pizzeria. Eppure, eppure a qualcuno il presunto finale non va proprio giù. In Piazza Mercato, mentre inizia l’ennesima visita dei Ris a casa Romano, un erbese sui settant’anni sembra sicuro. “Queste cose i brianzoli non le fanno. Le gole, noi, non le tagliamo, a differenza degli islamici…”. Chi non se la sente di rilanciare il conflitto di civiltà oltre il senso del ridicolo, cerca la congettura talora al limite del giustificazionismo. “Mi chiedo e vi chiedo” dice un giovane intercettato al bar, in una delle migliaia di conversazioni a tema massacro svoltesi ieri nel tiepido inverno “cosa devono aver subito per reagire così, sempre ammesso che poi siano davvero stati loro?”. Anche fuori dalla casa, tra i bivacchi esausti di giornalisti e operatori, gli opinionisti più pronti sono i compaesani. “Per trent’anni mi son svegliato alle tre del mattino per lavoro, so bene come ti girano le palle se ti vive sopra uno che fa casino tutte le notti fino a mezzanotte”. A tranciare così il suo giudizio è un autotrasportatore in pensione. A cavallo tra l’italiano e il dialetto di Erba, che già risente degli accenti laghee resi meno ignoti, lontano da Como, dalle belle canzoni di Davide Van de Sfroos, aggiunge bestemmiando che lui il cugino di Azouz, più volte passato in tivù, lo conosce. “Sono cinque anni che è qui a non fare un cazzo, eppure ha la macchina e il cellulare, che poi chissà chi devono chiamare, questi qui, che usavano il tam tam fino all’altro ieri. E poi scusa, ma io sta storia che vogliono togliere il Crocefisso dalle nostre pareti proprio non la mando giù”. A poca distanza, di fronte alla Trattoria dove pare lavorasse Valeria Cherubini, la moglie del supertestimone Frigerio, un altro capannello di anziani discute, mentre impiegati e forzati di un altro giorno di cronache erbesi entrano a mangiare risotto e stinco di maiale al forno. “Non hanno voglia di lavorare, questi tunisini, e il Comune per di più gli dà 30mila lire al giorno ciascuno”. Non si capisce se si parli di giacenze del vecchio conio smaltite presso gli extracomunitari o se, invece, sia già il tempo di leggende metropolitane, quasi che ad ammazzare quattro persone fossero stato per davvero i tuninisi. “Con le nostre tasse, capito” dice un erbese che per quarant’anni ha fatto l’operaio a Sesto San Giovanni, nell’italica Stalingrado che fu. A cinque minuti di cammino, nella storica sede di Radio Maria che a Erba trasmette da vent’anni, c’è invece posto solo per un gelido no comment, mentre le telefonate delle fedeli arrivano chiedendo o regalando preghiere per cui – sentiamo rispondere – “ci vorrà un mesetto di pazienza”, tanto è lunga la lista.

“Quando una cosa è troppo grande, quando proprio non sembra possibile capirla,” dice il Sindaco di centrosinistra Enrico Ghioni “allora capita che molti costruiscano ipotesi che sembrano più digeribili, più sopportabili”. Poi Ghioni ricorda quella sera, quando rese subito visita a Carlo Castagna. Si presentarono, a chiedere che cosa mai fosse successo e a portare le loro condoglianze anche i coniugi Romano. Ripete, infine, quello che dice ininterrottamente, in ogni caso, da quasi un mese. “Non generalizziamo, Erba è altro da questo terribile episodio, ma anche da certe manifestazioni d’intolleranza”. Elenca a decine le associazioni benefiche e di volontariato che operano sul territorio e ricorda la forza operosa di un Comune che ha saputo diventare il secondo più ricco in una provincia tra le più ricche d’Italia.

Che Erba sia anche altro sembra dirlo il silenzio, cortese ma fermo, di molti cittadini che non ne possono più del vortice in cui la sanguinaria paranoia di qualcuno li ha infilati un mese fa. E oggi, paralizzati,  guardano i tabloid che fanno i nomi e i cognomi, che poi sono visi e corpi in un paese di 17mila persone, e poi corrono via. Verso una delle centinaia d’imprese – legno e vetro a farla da padrone, dopo la crisi del tessile – che hanno reso Erba non solo ricca, ma proprio opulenta e capace di dare benessere a quasi tutti, netturbini e colf comprese, tanto da contare addirittura 24 sportelli bancari. Un benessere che oggi non basta a lavare l’amaro in bocca che lasciano certe tardive e forse scoperte: nella nostra civile Lombardia il male e la follia non hanno bisogno di essere importate. A differenza della manodopera.  


j.t. sul Riformista di Mercoledi scorso




permalink | inviato da il 14/1/2007 alle 22:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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