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14 settembre 2006


Veca/Sanguineti: Le due sinistre (ma se di sinistra fosse una solo?)

Pavia. Parla volentieri con due categorie di persone, Edoardo Sanguineti. Sono i capitalisti e i gesuiti. “Perché non abbiamo niente in comune, e ciò è chiaro fin dall’inizio. E così so con chi parlo” ha spiegato il poeta ligure. “Quando parlo con un socialista o con un liberale, invece, non so mai chi ho di fronte”. Quest’impellenza dialettica del sé marxista ortodosso, il poeta non l’ha proclamata in una segreta del fu Gruppo 63, o arringando qualche perplesso frattocchino negl’ultimi anni Settanta, quand’era parlamentare indipendente con il Pci. No, l’ha fatto lo scorso fine settimana, in un tiepido sabato pomeriggio padano, nel mezzo di un gremito cortile dell’Università di Pavia. Nel contesto del primo Festival dei Saperi, una riuscita cinque giorni di cultura e spettacoli organizzata dal Comune di Pavia, Sanguineti ha parlato di “Novecento. Conversazioni sulla cultura del Novecento. Il secolo delle ideologie”. Un tiepido sabato pomeriggio di fine estate, in una città padana e borghese, come Pavia, nell’anno 2006.
Ma Sanguineti non si è limitato a scaldare la platea con tirate antiliberaldemocratiche mentre il ventennale del 1989 si avvicina ad ampi passi. Il poeta ligure ha fatto molto di più. La sprezzante incomprensione dell’umanità “socialista o liberale”, la propria impellenza di conoscere l’identità marmorea dell’astante piuttosto che le sua parole, Sanguineti le ha voluto dichiarare di fronte all’intellettuale italiano che forse più di tutti sa maneggiare un vocabolario liberalsocialista, sintesi che per Sanguineti deve suonare come una coltellata. Parliamo di Salvatore Veca, l’inventore – ma se ne schermisce con qualche fastidio, quando glielo si ricorda – della fortunata parola “migliorista”, il filosofo politico che, a sinistra, ha dato cittadinanza ad Hanna Arendt e o alle teorie della giustizia di Rawls, fino a “provocare” con Popper. Lo ha fatto dal cuore della sinistra culturale milanese, alla Casa della Cultura o in Fondazione Feltrinelli, spingendo gli ultimi due decenni di comunismo italiano a confrontarsi con le pulsioni culturali e sociali che, proprio a partire da Milano, il Psi di Bettino Craxi andava ad intercettare. Uno di quelli che, a fine anni Settanta, prese la “doppia tessera” – comunista e radicale – per dire che nessuna giustizia sociale è intellettualmente accettabile né socialmente giusta se la libertà individuale diventa un bene secondario. Un eretico d’avanguardia, insomma, che aveva indicato la strada per svolte che non avevano bisogno di attendere il cadere dei muri.
E’ così risultato stimolante il confronto con Edoardo Snaguineti, che ai suoi opposti galloni di ortodosso discepolo del Novecento sembra ancora oggi tenere, ed oltre ogni ragionevole misura. Già, perché il poeta ligure ha costruito la sua discettazione attorno a un presupposto chiaro: “La categoria di totalitarismo è un giochetto borghese che va rifiutato”. E giù a snocciolare cifre sui meno morti dello stalinismo rispetto al nazifascismo, e via a spiegare che una cosa è ammazzare in massa per motivi razziale e altro, tutt’altro, è farlo mentre si rovescia la dittatura della borghesia o se ne previene il risorgere. Fino a lanciarsi nella più inverosimile delle equazioni: condividere la definizione di “totalitarismo” porterebbe necessariamente a sostenere la guerra “democratizzante” di Bush in Iraq.
Veca, che i testi della Arendt li conosce non per sentito dire, ha spiegato in punta di penna e senza risparmiare frecciate al poeta cosa sia, il totalitarismo. Categoria che attiene alla teoria dello Stato, uno Stato costitutivamente ed essenzialmente depredante delle libertà individuali minima. E’ parso convincente, ma non a un Sanguineti forte di certezze che pensavamo possibili solo per gli uomini di fede. Del resto, tornando indietro di 17 anni e spostandosi su Piazza Tienanmen, il letterato ha spiegato che “quaranta ragazzotti innamorati del mito occidentale e della Coca Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile”. Le testimonianze che parlano di centinai di morti nella piazza e di migliaia nella città sono numerose, anche se mai verificate grazie alla notoria trasparenza postmaoista, peraltro rinvigorita con una nuova stretta sui bulloni della censura proprio in questi giorni. Ma al poeta devono sembrare più affidabili i resoconti ufficiali del governo cinese, anche perché più adeguati a calzare nell’onnicomprensiva macchina storicista, tutta fatta di necessità ineluttabili che scaturiscono dai rapporti di produzione, di cui ha raccontato sabato pomeriggio. La stessa macchina tutta fatta di necessità ineluttabili e di certezze consequenziali che ha consentito di bollare Krusciov come un “revisionista riformista”. Nel suo libro Abecedario l’ha peraltro definito come “un idiota”: acredine tutta spiegata nella sostanziale e mai nascosta stima politica per Stalin.
Non ha sorpreso che, in conclusione, il poeta ligure abbia affidato ad una calorosa platea l’urgenza di non perdere per nessuna ragione al mondo la fiducia nell’ideologia, ultimo baluardo in questo mare di sbiadite e filoimperiali liberaldemocrazia. Veca, invece, ha ricordato i cardini del suo credo politico e filosofico, antifideista per definizione. E’ quella “libertà uguale” che pensa che a tutti, indipendentemente dal lignaggio e dai redditi familiari, sia data la possibilità di partecipare al gioco ad armi pari e che le disuguaglianze, in linea teorica, siano giustificate solo se frutto della responsabilità dei singoli, garantiti appunto da un eguale libertà di partenza.
La platea è stata fredda: forse perché aveva il cuore scaldato dall’interminabile Secolo Breve di Sanguineti; forse perché il corpo grosso della platea - studentotti fuori corso ed ex sessantottini figli di una delle città più borghesi e popolata di rentiers d’Italia - non ha gradito l’affondo contro le magnifiche sorti dell’ideologia. E contro quelle, non meno magnifiche, dei propri privilegi.

 

j.t. su Il Riformista di ieri




permalink | inviato da il 14/9/2006 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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