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6 settembre 2006


Business is Business - Gli affari italiani in Iran

"L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran”. Da molti letta come complimentosa, la frase sibilata da De Villepin a Roma sembra piuttosto un messaggio cifrato: ora che anche i francesi faranno la loro parte in Libano dopo l’estenuante mediazione prodiana e d’alemiana, gli italiani spendano le loro credenziali e i loro consolidati rapporti con Teheran, per scongiurare un precipitare della situazione che l’alleato transalpino vede come fumo negli occhi. Perché se è vero che l’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran, altrettanto certo è che il secondo è proprio la Francia: l’esposizione creditoria francese nei confronti delle banche iraniane, ad esempio, è superiore ai 5,5 miliardi di dollari – cinque volte tanto quella italiana, di cui diremo in seguito – ed è quindi chiaro che dalle parti di Parigi nessuno abbia voglia di affrettare passaggi. Entrambi i paesi hanno interessi pubblico-privati imponenti da tutelare e, dato di non poco conto, un colosso come la Cina, primo partner commerciale al mondo di Teheran, da rassicurare e con cui instaurare sinergie virtuose, magari proprio sullo scacchiere mediorientale.
Siamo dunque il paese che in Europa esercita il più alto volume di scambi commerciali con la Persia lungo reti pluridecennali e consolidate, il paese che quindi, per mezzo delle sue imprese e non solo, ha i più stretti rapporti economici con la Presidenza iraniana di Mahmud Ahmadinejad. Ad obbligare alla sovrapposizione tra economia e politica è la stessa Costituzione rivoluzionaria del 1979, che attribuisce allo stato competenza esclusiva su “industria di larga scala, commercio estero, minerali, banche, assicurazione, generazione di energia (…), radio, televisione, (…) telecomunicazioni, aviazione, infrastrutture civili e industriali”. Tutti questi settori, elencati dall’art. 44, “saranno di proprietà pubblica e amministrati dallo Stato”. Non c’è bisogno di sottolineare che il “sistema misto” recitato dalla Costituzione khomeinista è un paravento fragile dietro cui si nasconde un’economia pubblica, le cui invadenti maglie sono difficilmente aggirabili dall’iniziativa privata interna o, ancor di più, internazionale. Lo stesso presidente siede di diritto nell’Assemblea Generale della Banca Centrale Iraniana, i cui organi di vertici sono nominati dal Consiglio dei Ministri e hanno, tra i vari compiti, quello si supervedere, suggerire e approvare ogni rapporto con entità economico-finanziarie straniere.
La solidità di certe relazioni industriali e giocoforza politiche tra Italia e Iran è fatto noto: dall’Eni che in Persia continua a crescere nella ricerca di olio e gas, al gruppo Falck che con la sua Sondel, in joint venture con un’azienda pubblica iraniana, sta lavorando alla realizzazione di una grande centrale elettrica sul Caspio. Vicende, queste, in linea di solida continuità con quelle, presenti o del passato recente, che hanno portato in Persia Edison gas, Ansaldo, Montedison, Fata engineering e molti altri campioni del capitalismo delle due repubbliche. Per avere un’idea della vitalità del rapporto e dell’appettibilità del mercato iraniano, basterà ricordare che ad inizio 2001, proprio mentre la Sondel chiudeva l’affare sul Caspio, ci fu un forte interessamento di Telecom Italia allora guidata da Roberto Colannino ad entrare in forze a Teheran, con tanto di incontro tra Colannino stesso e il ministro iraniano delle Telecomunicazioni del governo del riformista Khatami. L’avvicinamento, concretizzato proprio durante una visita a Teheran di Enrico Letta, allora Ministro del Commercio Estero, finì in nulla anche a seguito dell’ascesa di Ahmadinejad. Ma i rapporti economici tra Italia e Iran, pur in presenza dell’atlantista Berlusconi e del lupo cattivo a fare il Presidente, non sono certo peggiorati. Anzi.
Ai tempi della visita di Letta (18-20 febbraio 2001), l’Iran era un partner ricco di potenziale ma economicamente poco affidabile. Certo, c’erano le enormi riserve di gas e petrolio da valorizzare, ma il crescente debito estero del paese non prometteva nulla di buono. Soprattutto, non era considerato un partner solvibile né affidabile, e le sue banche non potevano garantire liquidità. Una serie di concause hanno modificato sensibilmente lo scenario, perché l’esponenziale crescita del barile, nell’ultimo quinquennio, garantisce una certezza: il sistema finanziario iraniano, oggi, è solvibile. Certo, non ci sarà più l’orizzonte speranzoso di una paese sulla via delle Riforme proposte da Khatami, ma dopotutto business is business e la “cura Ahmadinejad”, tutta costruita sulla leva petrolifera e sulla sete cinese di risorse, sembra poter attrarre capitali più di tante promesse di riforme di Khatami, tutte non mantenute né forse, peraltro, mantenibili. Una volta attratti capitali ingenti e costruite assi di debito di medio-lungo periodo soprattutto con Francia, Italia, Germania e Belgio, ed avendo supportato l’arrivo di una forza internazionale fortemente europea nel campo minato dell’alleato Hezbollah, il Presidente iraniano e chi lo consiglia sentono di aver varcato la metà del guado. Tanto da poter giocare ancora, ed è storia di oggi, col nucleare.

 

Il Ruolo delle banche italiane.
Alcune tra le maggiori banche italiane sono della partita italo-iraniana da tempo e, a guardare i volumi creditori, in posizione tutt’altro che marginale. Mediobanca, Banca Intesa, San Paolo e l’eredità tedesca di HVB raccolta con la fusione da Unicredit: nomi importanti, major players del capitalismo italiano che con il sistema bancario iraniano vantano rapporti forti e segnati da indubbia fiducia. Non si spiegherebbe, altrimenti, come Mediobanca e Banca Intesa possano vantare crediti, rispettivamente, per 2 miliardi e 1,5 miliardi di dollari nei confronti di cordate composte dalle principale banche iraniane, tutte pubbliche. Quattro di queste, legate da rapporto debitorio con la sola Mediobanca, sono addirittura banche governative, emanazione diretta dei Ministeri al finanziamento delle cui attività sono esclusivamente finalizzate. Quanto all’ingente credito vantato da Banca Intesa, non è neppure coperto da garanzia SACE. Di poco rilievo dal punto di vista finanziario sono invece i crediti di San Paolo e Unicredit: poche decine di milioni di euro, stanziati nel contesto di protocolli Ocse.
Ma c’è di più. Perché uno dei più rilevanti attori finanziari transfrontalieri, una vera e propria cerniera tra l’Italia e il Mediterraneo arabo-islamico, è l’Arab Italian Bank. E’ una banchettà di capitalizzazione mediopiccola, ma con depositi e attivo assolutamente ingenti e opera come Banca d’affari/investimenti, e come sponda per l’import-export, anche in Iran, pur avendo nel mercato libico il suo campo d’azione privilegiato. Non potrebbe essere altrimenti, del resto, visto che il 49% di Arab Italian bank è nelle mani della Lybian Foreign Bank (una Banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio libico, su cui non sono reperibili informazioni di nessun tipo), seguito da un 17% in mani egiziane (Misr). Assai interessante, tuttavia, è l’elenco delle partecipazioni italiane: Capitalia (stabilmente in asse con i soci libici) sta attorno al 10%, il gruppo Eni al 5,4%, il Monte dei Paschi al 3,7%, San Paolo e la Telecom detengono l’1,8 % ciascuno. La banca a testa libica non è mai entrata nelle liste nere internazionali stilate quando Gheddafi era membro onorario dell’Asse del Male; ma è certo che, ora che ne è uscito grazie alla sponsorizzazione italiana, essere parte del salottino di Arab Italian Bank vale doppio. Soprattutto per chi si occupa di energia e telecomunicazioni.

 

La Fiat e l’affair PIDF
Mediobanca, Eni, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Il gotha del capitalismo italiano non ha resistito al fascino della Persia. All’appello mancherebbe solo la Fiat. Che il suo tentativo, tuttavia, l’ha fatto eccome. Non ci si sarà dimenticati, infatti, che nel febbraio del 2005 fu dato l’annuncio di un accordo tra la Fiat e la PIDF – un’azienda iraniana che produce automobili, come la descrivevano i comunicati di allora – per la produzione di veicoli Fiati in Iran. 100mila per il primo anno, 250mila a pieno regime, erano le previsioni. I sindacati disseppellirono subito le asce, temendo improbabili delocalizzazioni nella Rebupplica Islamica. I liberali come Benedetto della Vedova non diedero prova migliore, preferendo supportare l’operazione contro i sindacati, piuttosto che ricordare il sogno di un medioriente democratico tanto caro ai radicali.
Il marchio PIDF (Pars Industrial Development Foundation) è stato registrato a Teheran nel 2003, così come il sito internet http://www.pidfco.com. Che però è vuoto, e risulta “in costruzione”. Contestualmente alla registrazione del marchio PIDF, è stata registrato anche il marchio TOPCO (Pars Industrial Car Manufacture Development Foundation), azienda con capitale di 20 milioni di dollari, finanziata “in contanti”, recita il sito ufficiale della Topco, con un capitale appartenente all’85% alla Pidf stessa. Mission aziendale? Fin dalla sua fondazione, 2003, la Topco è la concessionaria di vendita unica del marchio Fiat in Iran. E questo, quindi, già due anni prima che fosse stabilita una joint venture tra Fiat e Pidf di natura “produttiva”. Le virgolette, in questo caso, sono decisamente d’obbligo. Perché i dati ufficiali sulla produzione di automobili in Iran nel 2005 non contemplano quelle famose 100mila macchine previste a inizio anno. Delle 984mila automobili prodotte in Iran lo scorso anno, infatti, 966mila sono state firmate dalla Khodro e dalla Saipa, le principali case automobilistiche persiane entrambe riconducibili al controllo pubblico, costituzionalizzato, sull’industria pesante. Dove sono le 100mila automobili Fiat-Pidf? Dal Lingotto fanno sapere che l’accordo prevedeva solo una fornitura di pezzi su richiesta, e che una minore richiesta del mercato iraniano ha prodotto il profondo gap tra previsioni e realizzazioni. Probabilmente è vero, ma restano impresse – in questo quadro confuso d’informazione scarsa o impossibile – le parole pronunciate da Ahmedinejad a più riprese, a cavallo tra il 2005 e i primi mesi di quest’anno, sul conto degli Agnelli. “Filosionisti” e “antiraniani”, nelle parole del Presidente, il tutto condito dal mito di Edoardo Agnelli ucciso per volontà dei “sionisti” che non volevano che la Fiat finisse nelle sue mani di convertito all’Islam.
Difficile capire dove finisca la propaganda e dove inizi il messaggio cifrato di un Presidente che è anche “comondante in capo” di un sistema economico e finanziario all’interno del quale le auto di Stato sono dirette concorrenti di eventuali piccoli importatori travestiti da improbabili “piccoli produttori di automobili”, così da sfuggire alle rigide maglie costituzionali. E’ questo il caso della Pidf? Difficile a dirsi. Certo è invece che sarebbe il caso di smettere di guardare ad Ahmadinejad come ad un pazzo portato all’esternazione folle o suicida. Perchè i conti, a tutt’oggi, sembrano tornargli. 


J. T. su Il Riformista di ieri 




permalink | inviato da il 6/9/2006 alle 11:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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