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Ricordiamocene [ Ogni età chiude in sè i crismi dello sbando ]
 




 


14 gennaio 2007


Erba come l'ho vista

Erba come l'ho vista il giorno dopo il fermo dei Romano, e il giorno prima della loro confessione

Erba. Uno spettro si aggira, quasi irridente, per il paese: è lo spettro del garantismo. Fin dalla prima mattina, mentre le nubi notturne si sciolgono sulle colline della Pedemontana e gli incubi di sangue sembrano parlare lombardo sempre più ad alta voce, Erba recalcitra e si contorce. I tabloid dei quotidiani locali lasciano increduli, le voci su Olindo Romano e Rosa Bazzi passano, ma la voglia di credere ad altro, a tutt’altro, in qualcuno resta. E monta di ora in ora, di capannello in capannello, almeno in chi ha voglia di parlare e non aspetta che di essere abbordato da una penna o, meglio, da un microfono qualsiasi. “Non vorremo mica condannarli senza processo?”, “Fino alla sentenza sono innocenti”, “E’ impossibile che abbia fatto tutto un uomo solo, o con l’aiuto di una donna”.
  Non è un caso che ieri mattina la Padania abbia affiancato la notizia del fermo dei coniugi Romano a un’intervista all’avvocato Marazzita, titolata «No al teatrino mediatico che fa audience sui delitti». Da Piazza Padania, com’è stata ribattezzata dalla precedente amministrazione leghista la Piazza della Stazione, fino alle centralissima Piazza Mercato, a pochi metri dalla casa del misfatto, corre la new wave garantista in salsa padana. Sembrerebbe quasi figlia di un ravvedimento tardivo, dopo che alla costruzione del mostro Azouz tanti volonterosi dichiaratori avevano contribuito da subito, l’11 Dicembre scorso, trovando la pronta collaborazione degli organi di “informazione” ma anche lo scaltro avallo di una Procura che, probabilmente, ha deciso prestissimo in quali cassetti frugare davvero. La fondatezza delle accuse e la gravità degli indizi saranno oggetto di un processo, certo è che un fermo deciso dopo un mese d’indagini è segno un po’ più solido della sconclusionata crocifissione di un tunisino che stava in Tunisia, e non in pizzeria. Eppure, eppure a qualcuno il presunto finale non va proprio giù. In Piazza Mercato, mentre inizia l’ennesima visita dei Ris a casa Romano, un erbese sui settant’anni sembra sicuro. “Queste cose i brianzoli non le fanno. Le gole, noi, non le tagliamo, a differenza degli islamici…”. Chi non se la sente di rilanciare il conflitto di civiltà oltre il senso del ridicolo, cerca la congettura talora al limite del giustificazionismo. “Mi chiedo e vi chiedo” dice un giovane intercettato al bar, in una delle migliaia di conversazioni a tema massacro svoltesi ieri nel tiepido inverno “cosa devono aver subito per reagire così, sempre ammesso che poi siano davvero stati loro?”. Anche fuori dalla casa, tra i bivacchi esausti di giornalisti e operatori, gli opinionisti più pronti sono i compaesani. “Per trent’anni mi son svegliato alle tre del mattino per lavoro, so bene come ti girano le palle se ti vive sopra uno che fa casino tutte le notti fino a mezzanotte”. A tranciare così il suo giudizio è un autotrasportatore in pensione. A cavallo tra l’italiano e il dialetto di Erba, che già risente degli accenti laghee resi meno ignoti, lontano da Como, dalle belle canzoni di Davide Van de Sfroos, aggiunge bestemmiando che lui il cugino di Azouz, più volte passato in tivù, lo conosce. “Sono cinque anni che è qui a non fare un cazzo, eppure ha la macchina e il cellulare, che poi chissà chi devono chiamare, questi qui, che usavano il tam tam fino all’altro ieri. E poi scusa, ma io sta storia che vogliono togliere il Crocefisso dalle nostre pareti proprio non la mando giù”. A poca distanza, di fronte alla Trattoria dove pare lavorasse Valeria Cherubini, la moglie del supertestimone Frigerio, un altro capannello di anziani discute, mentre impiegati e forzati di un altro giorno di cronache erbesi entrano a mangiare risotto e stinco di maiale al forno. “Non hanno voglia di lavorare, questi tunisini, e il Comune per di più gli dà 30mila lire al giorno ciascuno”. Non si capisce se si parli di giacenze del vecchio conio smaltite presso gli extracomunitari o se, invece, sia già il tempo di leggende metropolitane, quasi che ad ammazzare quattro persone fossero stato per davvero i tuninisi. “Con le nostre tasse, capito” dice un erbese che per quarant’anni ha fatto l’operaio a Sesto San Giovanni, nell’italica Stalingrado che fu. A cinque minuti di cammino, nella storica sede di Radio Maria che a Erba trasmette da vent’anni, c’è invece posto solo per un gelido no comment, mentre le telefonate delle fedeli arrivano chiedendo o regalando preghiere per cui – sentiamo rispondere – “ci vorrà un mesetto di pazienza”, tanto è lunga la lista.

“Quando una cosa è troppo grande, quando proprio non sembra possibile capirla,” dice il Sindaco di centrosinistra Enrico Ghioni “allora capita che molti costruiscano ipotesi che sembrano più digeribili, più sopportabili”. Poi Ghioni ricorda quella sera, quando rese subito visita a Carlo Castagna. Si presentarono, a chiedere che cosa mai fosse successo e a portare le loro condoglianze anche i coniugi Romano. Ripete, infine, quello che dice ininterrottamente, in ogni caso, da quasi un mese. “Non generalizziamo, Erba è altro da questo terribile episodio, ma anche da certe manifestazioni d’intolleranza”. Elenca a decine le associazioni benefiche e di volontariato che operano sul territorio e ricorda la forza operosa di un Comune che ha saputo diventare il secondo più ricco in una provincia tra le più ricche d’Italia.

Che Erba sia anche altro sembra dirlo il silenzio, cortese ma fermo, di molti cittadini che non ne possono più del vortice in cui la sanguinaria paranoia di qualcuno li ha infilati un mese fa. E oggi, paralizzati,  guardano i tabloid che fanno i nomi e i cognomi, che poi sono visi e corpi in un paese di 17mila persone, e poi corrono via. Verso una delle centinaia d’imprese – legno e vetro a farla da padrone, dopo la crisi del tessile – che hanno reso Erba non solo ricca, ma proprio opulenta e capace di dare benessere a quasi tutti, netturbini e colf comprese, tanto da contare addirittura 24 sportelli bancari. Un benessere che oggi non basta a lavare l’amaro in bocca che lasciano certe tardive e forse scoperte: nella nostra civile Lombardia il male e la follia non hanno bisogno di essere importate. A differenza della manodopera.  


j.t. sul Riformista di Mercoledi scorso




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22 novembre 2006


"Il baco del corriere" (recensione)

Milano. Gli spazi angusti del capitalismo italiano sono tutti lì, nel chilometro di vie scavate tra meravigliosi cortili e giardini pensili che separa il 28 di Via Solferino dall’1 di Piazzetta Cuccia. Alle estremità della passeggiata, in forma di Consiglio di Amministrazione, stanno i due salotti che radunano i potenti d’Italia: raccogliendo richieste di nuove adesioni col distacco che si conviene ai Signori, o chiudendo le porte con infinite mandate quando è, o sembra, o sembra opportuno ed utile che sia, il caso.

Nel Baco del Corriere Massimo Mucchetti fa avanti e indietro più volte lungo il breve camminamento disegnato nel cuore di Milano, e vince il senso di noia che un capitalismo dei “sempre quelli” può ingenerare restituendo al lettore, con ritmata parsimonia, gli scorci che ha “rubato” all’album di famiglia del potere economico italiano. Si è aiutato, Mucchetti, giocando con la macchina del tempo, attraversando in finto disordine i tempi di Einaudi e quelli di Calvi, l’impero cucciano e il regno di Bazoli, fino ad affondare la penna nella contemporanea Bisanzio che si agita sotto la direzione di Paolo Mieli,  popolata dai Tronchetti e dai Geronzi, dai Della Valle e ancora dai Bazoli. Un presente, quello raccontato, che si riproduce sotto vuoto in un patto di sindacato di Rcs in cui toccherà un posto ai Benetton, che in questi giorni muovono il quartier generale dalla marca trevigiana a Milano, mentre per la “resistibile scalata” – l’aggettivo scelto e spiegato dall’autore è tanto convincente da far perfino vacillare la fiducia nel sostantivo - di Ricucci e Fiorani il salotto si chiuse coi sigilli vargati per l’occasione da un giurista blasonato qual è il Presidente Piergaetano Marchetti, e con la griffe di un parigrado che non abbisogna d’introduzioni, Guido Rossi. Il codicillo che stringe fino al soffocamento le maglie del patto fu, certo, una blindatura per salvare l’argenteria nell’estate dei Furbetti: ma nel libro di Mucchetti finisce per disegnare la silouette di un avvertimento a futura memoria, una smentita postuma e implicita dell’”emendamento quinto: chi ha i soldi ha vinto” tanto caro a Enrico Cuccia. Nel suo dipanarsi dal tentativo di spionaggio informatico, subito tra gl’altri da Mucchetti e dall’ad Colao all’inizio di Novembre del 2004, il libro racconta tra le righe la storia di un capitalismo in cui i soldi, il profitto, in definitiva il mercato possono pure perdere, perché altre logiche di potere, “di relazione”, possono garantire più stabilità e successo. Meno soldi, certo, ma in fondo chissenefrega, se tanti dei pochi capitalisti italiani hanno per cultura di riferimento la rendita e la leva finanziaria che garantisce alti guadagni se va bene e scarsissime perdite al patrimonio personale se va male, e per stella polare la mammella ormai riarsa dei monopoli, privatizzati senza scardinarne la natura monopolistica.      

Leggendo il Baco, viene la curiosità di guardare le facce dei protagonisti mentre si ritrovano in queste pagine impietose. Impietose – è bene ricordarlo – nei confronti di tutti, pur nel tentativo di riconoscere a ciascuno dei protagonisti il ruolo che negli anni recenti si è scelto, seppur con la convinzione di una maggior “riservatezza” a valle. Vale certo per Tronchetti e Della Valle, per Montezemolo e per Geronzi, ma anche per Giovanni Bazoli il cui potere epicentrato nella natìa Brescia non viene risparmiato dall’indagine di sistema mossa da Mucchetti. Tra i tanti volti di cui piacerebbe conoscere l’espressione mentre scorrono le pagine del Baco, resta però particolarmente acuta la curiosità di vedere sciogliersi o indurirsi l’usuale corruccio di Giovanni Consorte che alla campagna “Furbetta” del Corriere deve, con buona probabilità, la fine dei sogni di gloria di Unipol e il rinvio a data da destinarsi per i propri. Mucchetti attende come tutti che sia la magistratura a parlare, ma nel mentre – come pochissimi – irride l’idea che Consorte prendesse ordini da D’Alema, e mostra per labilissime le connessioni tra Consorte e Ricucci, o tra Consorte e Fiorani, date a suo tempo per ferree e senza tutti i garantismi, citati nel Baco, di cui hanno goduto in altri frangenti le vicende e i management di Capitalia, Banca Intesa, Telecom, Fiat o Tod’s.

Per tutte queste ragioni sorprende doppiamente la reazione a caldo di un quotidiano garantista e orgogliosamente antipatizzante dei “poteri forti” qual è il Foglio che, in un editoriale infuocato dello scorso sabato spiega che il libro ha “lo scopo di sputtanare un pezzo di patto di sindacato di Rcs a favore di un altro pezzo di patto”. Il tutto a favore, vien da sé, di Bazoli e di Prodi. All’editorialista, quasi non abbia letto il libro fino in fondo, sfuggono le precise sassate che Mucchetti tira al Parisi che contro le Consorterie diessine lanciò la “questione morale” – allora era per tutti la “bocca di Prodi”. O forse ad esplodere è solo la delusione di un ammalato di politica che davvero aveva preso sul serio, con qualche entusiasmo futurista di troppo, “l’abbiamo una banca” di Fassino.       

E mentre apprendiamo che Tronchetti Provera guiderà il Patto di Sindacato della Telecom a cui accede anche Benetton, mentre il Presidente della stessa società resta formalmente un ferreo oppositore dei patti di sindacato stessi, mentre il Sole24ore studia una quotazione che aiuti la cassa senza troppo allentare la catena, mentre tutto, insomma, procede a fornire nuovi materiali a future narrazioni dal tono purtroppo vichiano, a lavorare sul lettore di Mucchetti resta il monumento eretto a Luigi Einaudi in apertura e in chiusura di libro. Non basterà la nostalgia per altre epoche a rinnovare l’editoria e il capitalismo italiano, né a cullare l’impossibile sogno, o “l’alta ambizione”, di una pubblic company per il Corsera. Ma resta a lavorare nella mente di chi ha letto. Come un baco.

j.t su Il Riformista di oggi




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20 novembre 2006


tutto passa per bazoli

 

Milano. Arrivato settantatreenne all’apice di una carriera senza pari, anche un cattolico austero e prudente come Giovanni Bazoli si concederà di tanto in tanto qualche istante di silenzioso compiacimento. Ha attraversato il lungo dominio di Enrico Cuccia, a tratti sfidandolo e pure con spicchi di successo grazie alla sponda decisiva dello Ior; ha tenuto duro quando, tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Novanta, le banche sulla via della privatizzazione sembravano destinate ad essere ancelle delle grandi famiglie del capitalismo italiano, che solo a Don Enrico rendevano conto con un misto di deferenza e malcelato fastidio; ha colto per primo e con lungimirante sagacia lo sgretolarsi di un sistema di potere, e l’aprirsi di una grande stagione di riassetti che avrebbe portato – e siamo ad oggi – ad invertire i rapporti di forza: con quel che resta delle grandi famiglie e dei loro manager a chiedere permesso ai banchieri anche per comprare la cancelleria. Di questo “bancocentrismo” più volte raccontato su Repubblica da Alessandro Penati - il più acuminato dei suoi (non molti, invero) critici pubblici -, Giovanni Bazoli ha capito il potenziale infinito ben prima che fosse in essere. Perché non è solo un capitalismo senza capitali a rivolgersi con sguardo implorante ai forzieri d’Italia, ma anche uno Stato che, in tutte le sue diramazioni locali, ha scoperto la stretta europea dei vincoli di spesa e confermato la propria strutturale incapacità di ridurre gli sprechi di una macchina pubblica inefficiente quanto costosa. Intanto, prima o poi le grandi opere si dovranno fare se non si vuole uccidere un territorio – quello del corridoio 5 – stritolato dalla lentezza dei movimenti. E le grandi opere costano molto dappertutto, ma in Italia molto di più. La SuperIntesa che verrà dalla fusione con San Paolo, con tutte le partecipazioni e i crediti che può contare nell’intreccio tra autostrade ed enti locali, è il finanziatore naturale come ha spiegato con la serenità del grande vecchio proprio Bazoli, intervistato un mese fa da Aldo Cazzullo per il Corriere. Il tema infrastrutturale, peraltro, è decisivo proprio nel territorio in cui la SuperIntesa erediterà per mescolarle profonde radici dal passato di Cariplo, Ambroveneto e Comit già confluite in Intesa, da un lato, e San Paolo dall’altro. Senza contare i riassetti bancari di proporzioni minori, ma certo non per questo marginali, qual è quello – raccontato qui a fianco – in corso di perfezionamento negli opulenti territori di Brescia e Bergamo, sotto l’evidente regia del Presidente d’Intesa. Il Nordovest e il Nordest vanno insomma raccogliendosi in un unico e funzionale Nord, per ora all’ombra di uno dei primi gruppi bancari d’Europa e poi, domani, lungo nuove strisce d’asfalto consentite a tassi di vantaggio dalla stessa SuperIntesa.

Nessuno dubita dell’alta missione modernizzatrice che la grande banca va accollandosi, ma sarebbe offensivo per la ragion d’esistere del mercato negare che una banca pensa ai propri interessi, prima che dell’attuazione di un programma di governo in campo infrastrutturale e non solo che spetterebbe, peraltro, ad una politica sempre più umbratile. Nello specifico, gli interessi in campo sono quelli di una banca finanziatrice-imprenditrice che risulta a bilancio come azionista per un grande numero di imprese di medio taglio e nei settori più svariati, e non solo dei colossi. Una sommaria ricognizione sul sito della Consob, consente di vedere la costanza con cui Banca Intesa, negli anni, ha accumulato partecipazioni piccole e strategiche spaziando dalle utility del gas e dell’energia nell’estremo Nordest, arrivando ad imprese di Alessandria che producono tappi per prodotti alcolici, passando per l’Immobiliare Lombarda controllata dalla Premafin di Ligresti (nel pacchetto c’è anche Capitalia) o per l’Ipi dell’ex furbetto Danilo Coppola, o ancora per le nuove tecnologie prodotte da Sirti. Senza dimenticare il recente ingresso nel settore alberghiero e turistico, nella Compagnia Italiana dei Jolly Hotels e nel CIT, né quello prossimo nel campo della moda con un 5% già annunciato in Prada. L’elenco dei settori d’interesse potrebbe continuare a lungo, ben prima di arrivare ai colossi come Rcs o Fiat, in cui il peso d’Intesa andrà a crescere ulteriormente con la fusione con San Paolo. Un peso diffuso, insomma, stratificato e che non conosce confini per materia.

Così, con tutto il rispetto per l’ingegner De Benedetti, non sembra azzardato assegnare d’ufficio la Tessera Numero Uno del Partito Democratico che forse verrà al banchiere bresciano, che le sue simpatie uliviste e le sue antiche sinergie prodiane non le ha mai nascoste. Come del resto, il suo genero Gregorio Gitti, fino a qualche anno fa oscuro e temutissimo assistente di diritto civile, e dall’anno scorso firma politica sul Corsera e punta centrale di quella “società civile” che s’incaricherà, domani, di dimostrare che il PD non è solo fusione di nomenclature calate dall’alto. Insomma, un fine carriera sfolgorante e luminoso, per Bazoli, che non sembra conoscere coni d’ombra in nessun campo.

E invece alla completezza di un puzzle sontuoso manca un tassello, ed è un tassello importante. Perché la solitudine di Capitalia non pare destinata a durare, nonostante il prezzo esoso potrebbe scoraggiare il mercato ancora a lungo. E in Italia c’è un solo, realistico candidato alla conquista della Banca presieduta da Cesare Geronzi: l’Unicredit paneuropea guidata da Alessandro Profumo. Chi ama i simbolismi può far risalire la competizione tra i due gruppi milanesi alla conquista di Comit, riuscita nel 1999 a Intesa e mancata da Unicredito che sembrava, almeno ad Enrico Cuccia, il destinatario naturale. Chi preferisce il presente ricorderà le scaramucce per il rinnovo dei vertici dell’Abi (vinse Bazoli, e perse Profumo), e non mancherà di notare che una conquista di Capitalia da parte di Unicredit, sommando le partecipazioni delle due banche, consegnerebbe di fatto a Profumo le chiavi di Mediobanca e, a cascata, di Generali, con annessa la partecipazione del gruppo triestino proprio in Intesa. Difficile non leggere sullo sfondo di questo contesto la scelta bazoliana di proporre l’ultraottantenne Antoine Bernheim, presidente di Generali, come vicepresidente della nascente SuperIntesa. Nessun legame, per il Presidente del Leone, con la tanto vociferata “finanza bianca” di cui Bazoli sarebbe il vertice supremo. Uno strappo alla regola, insomma, roba per "cattolici adulti".

j.t. su Il Riformista di venerdi




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18 settembre 2006


Islam (moderatamente) moderato

"C'è un complotto ebraico e protestante contro l'intesa cattolicesimo-islam" dice al Corriere Ahmad Badr Al-Din Hassoun, Gran Mufti di Siria, che si definisce un moderato. La prova? Al Jazera e The New Yorker soffiano sul fuoco delle rivolte antipapali, facendo "di tutto per interrompere il dialogo". Il complottismo applicato a The New Yorker è storia vecchia e fedele ad antichi clichè.
Ma a manovrare Al Jazera, caro Mufti, sono gli ebrei o i protestanti?




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14 settembre 2006


Veca/Sanguineti: Le due sinistre (ma se di sinistra fosse una solo?)

Pavia. Parla volentieri con due categorie di persone, Edoardo Sanguineti. Sono i capitalisti e i gesuiti. “Perché non abbiamo niente in comune, e ciò è chiaro fin dall’inizio. E così so con chi parlo” ha spiegato il poeta ligure. “Quando parlo con un socialista o con un liberale, invece, non so mai chi ho di fronte”. Quest’impellenza dialettica del sé marxista ortodosso, il poeta non l’ha proclamata in una segreta del fu Gruppo 63, o arringando qualche perplesso frattocchino negl’ultimi anni Settanta, quand’era parlamentare indipendente con il Pci. No, l’ha fatto lo scorso fine settimana, in un tiepido sabato pomeriggio padano, nel mezzo di un gremito cortile dell’Università di Pavia. Nel contesto del primo Festival dei Saperi, una riuscita cinque giorni di cultura e spettacoli organizzata dal Comune di Pavia, Sanguineti ha parlato di “Novecento. Conversazioni sulla cultura del Novecento. Il secolo delle ideologie”. Un tiepido sabato pomeriggio di fine estate, in una città padana e borghese, come Pavia, nell’anno 2006.
Ma Sanguineti non si è limitato a scaldare la platea con tirate antiliberaldemocratiche mentre il ventennale del 1989 si avvicina ad ampi passi. Il poeta ligure ha fatto molto di più. La sprezzante incomprensione dell’umanità “socialista o liberale”, la propria impellenza di conoscere l’identità marmorea dell’astante piuttosto che le sua parole, Sanguineti le ha voluto dichiarare di fronte all’intellettuale italiano che forse più di tutti sa maneggiare un vocabolario liberalsocialista, sintesi che per Sanguineti deve suonare come una coltellata. Parliamo di Salvatore Veca, l’inventore – ma se ne schermisce con qualche fastidio, quando glielo si ricorda – della fortunata parola “migliorista”, il filosofo politico che, a sinistra, ha dato cittadinanza ad Hanna Arendt e o alle teorie della giustizia di Rawls, fino a “provocare” con Popper. Lo ha fatto dal cuore della sinistra culturale milanese, alla Casa della Cultura o in Fondazione Feltrinelli, spingendo gli ultimi due decenni di comunismo italiano a confrontarsi con le pulsioni culturali e sociali che, proprio a partire da Milano, il Psi di Bettino Craxi andava ad intercettare. Uno di quelli che, a fine anni Settanta, prese la “doppia tessera” – comunista e radicale – per dire che nessuna giustizia sociale è intellettualmente accettabile né socialmente giusta se la libertà individuale diventa un bene secondario. Un eretico d’avanguardia, insomma, che aveva indicato la strada per svolte che non avevano bisogno di attendere il cadere dei muri.
E’ così risultato stimolante il confronto con Edoardo Snaguineti, che ai suoi opposti galloni di ortodosso discepolo del Novecento sembra ancora oggi tenere, ed oltre ogni ragionevole misura. Già, perché il poeta ligure ha costruito la sua discettazione attorno a un presupposto chiaro: “La categoria di totalitarismo è un giochetto borghese che va rifiutato”. E giù a snocciolare cifre sui meno morti dello stalinismo rispetto al nazifascismo, e via a spiegare che una cosa è ammazzare in massa per motivi razziale e altro, tutt’altro, è farlo mentre si rovescia la dittatura della borghesia o se ne previene il risorgere. Fino a lanciarsi nella più inverosimile delle equazioni: condividere la definizione di “totalitarismo” porterebbe necessariamente a sostenere la guerra “democratizzante” di Bush in Iraq.
Veca, che i testi della Arendt li conosce non per sentito dire, ha spiegato in punta di penna e senza risparmiare frecciate al poeta cosa sia, il totalitarismo. Categoria che attiene alla teoria dello Stato, uno Stato costitutivamente ed essenzialmente depredante delle libertà individuali minima. E’ parso convincente, ma non a un Sanguineti forte di certezze che pensavamo possibili solo per gli uomini di fede. Del resto, tornando indietro di 17 anni e spostandosi su Piazza Tienanmen, il letterato ha spiegato che “quaranta ragazzotti innamorati del mito occidentale e della Coca Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile”. Le testimonianze che parlano di centinai di morti nella piazza e di migliaia nella città sono numerose, anche se mai verificate grazie alla notoria trasparenza postmaoista, peraltro rinvigorita con una nuova stretta sui bulloni della censura proprio in questi giorni. Ma al poeta devono sembrare più affidabili i resoconti ufficiali del governo cinese, anche perché più adeguati a calzare nell’onnicomprensiva macchina storicista, tutta fatta di necessità ineluttabili che scaturiscono dai rapporti di produzione, di cui ha raccontato sabato pomeriggio. La stessa macchina tutta fatta di necessità ineluttabili e di certezze consequenziali che ha consentito di bollare Krusciov come un “revisionista riformista”. Nel suo libro Abecedario l’ha peraltro definito come “un idiota”: acredine tutta spiegata nella sostanziale e mai nascosta stima politica per Stalin.
Non ha sorpreso che, in conclusione, il poeta ligure abbia affidato ad una calorosa platea l’urgenza di non perdere per nessuna ragione al mondo la fiducia nell’ideologia, ultimo baluardo in questo mare di sbiadite e filoimperiali liberaldemocrazia. Veca, invece, ha ricordato i cardini del suo credo politico e filosofico, antifideista per definizione. E’ quella “libertà uguale” che pensa che a tutti, indipendentemente dal lignaggio e dai redditi familiari, sia data la possibilità di partecipare al gioco ad armi pari e che le disuguaglianze, in linea teorica, siano giustificate solo se frutto della responsabilità dei singoli, garantiti appunto da un eguale libertà di partenza.
La platea è stata fredda: forse perché aveva il cuore scaldato dall’interminabile Secolo Breve di Sanguineti; forse perché il corpo grosso della platea - studentotti fuori corso ed ex sessantottini figli di una delle città più borghesi e popolata di rentiers d’Italia - non ha gradito l’affondo contro le magnifiche sorti dell’ideologia. E contro quelle, non meno magnifiche, dei propri privilegi.

 

j.t. su Il Riformista di ieri




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6 settembre 2006


Business is Business - Gli affari italiani in Iran

"L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran”. Da molti letta come complimentosa, la frase sibilata da De Villepin a Roma sembra piuttosto un messaggio cifrato: ora che anche i francesi faranno la loro parte in Libano dopo l’estenuante mediazione prodiana e d’alemiana, gli italiani spendano le loro credenziali e i loro consolidati rapporti con Teheran, per scongiurare un precipitare della situazione che l’alleato transalpino vede come fumo negli occhi. Perché se è vero che l’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran, altrettanto certo è che il secondo è proprio la Francia: l’esposizione creditoria francese nei confronti delle banche iraniane, ad esempio, è superiore ai 5,5 miliardi di dollari – cinque volte tanto quella italiana, di cui diremo in seguito – ed è quindi chiaro che dalle parti di Parigi nessuno abbia voglia di affrettare passaggi. Entrambi i paesi hanno interessi pubblico-privati imponenti da tutelare e, dato di non poco conto, un colosso come la Cina, primo partner commerciale al mondo di Teheran, da rassicurare e con cui instaurare sinergie virtuose, magari proprio sullo scacchiere mediorientale.
Siamo dunque il paese che in Europa esercita il più alto volume di scambi commerciali con la Persia lungo reti pluridecennali e consolidate, il paese che quindi, per mezzo delle sue imprese e non solo, ha i più stretti rapporti economici con la Presidenza iraniana di Mahmud Ahmadinejad. Ad obbligare alla sovrapposizione tra economia e politica è la stessa Costituzione rivoluzionaria del 1979, che attribuisce allo stato competenza esclusiva su “industria di larga scala, commercio estero, minerali, banche, assicurazione, generazione di energia (…), radio, televisione, (…) telecomunicazioni, aviazione, infrastrutture civili e industriali”. Tutti questi settori, elencati dall’art. 44, “saranno di proprietà pubblica e amministrati dallo Stato”. Non c’è bisogno di sottolineare che il “sistema misto” recitato dalla Costituzione khomeinista è un paravento fragile dietro cui si nasconde un’economia pubblica, le cui invadenti maglie sono difficilmente aggirabili dall’iniziativa privata interna o, ancor di più, internazionale. Lo stesso presidente siede di diritto nell’Assemblea Generale della Banca Centrale Iraniana, i cui organi di vertici sono nominati dal Consiglio dei Ministri e hanno, tra i vari compiti, quello si supervedere, suggerire e approvare ogni rapporto con entità economico-finanziarie straniere.
La solidità di certe relazioni industriali e giocoforza politiche tra Italia e Iran è fatto noto: dall’Eni che in Persia continua a crescere nella ricerca di olio e gas, al gruppo Falck che con la sua Sondel, in joint venture con un’azienda pubblica iraniana, sta lavorando alla realizzazione di una grande centrale elettrica sul Caspio. Vicende, queste, in linea di solida continuità con quelle, presenti o del passato recente, che hanno portato in Persia Edison gas, Ansaldo, Montedison, Fata engineering e molti altri campioni del capitalismo delle due repubbliche. Per avere un’idea della vitalità del rapporto e dell’appettibilità del mercato iraniano, basterà ricordare che ad inizio 2001, proprio mentre la Sondel chiudeva l’affare sul Caspio, ci fu un forte interessamento di Telecom Italia allora guidata da Roberto Colannino ad entrare in forze a Teheran, con tanto di incontro tra Colannino stesso e il ministro iraniano delle Telecomunicazioni del governo del riformista Khatami. L’avvicinamento, concretizzato proprio durante una visita a Teheran di Enrico Letta, allora Ministro del Commercio Estero, finì in nulla anche a seguito dell’ascesa di Ahmadinejad. Ma i rapporti economici tra Italia e Iran, pur in presenza dell’atlantista Berlusconi e del lupo cattivo a fare il Presidente, non sono certo peggiorati. Anzi.
Ai tempi della visita di Letta (18-20 febbraio 2001), l’Iran era un partner ricco di potenziale ma economicamente poco affidabile. Certo, c’erano le enormi riserve di gas e petrolio da valorizzare, ma il crescente debito estero del paese non prometteva nulla di buono. Soprattutto, non era considerato un partner solvibile né affidabile, e le sue banche non potevano garantire liquidità. Una serie di concause hanno modificato sensibilmente lo scenario, perché l’esponenziale crescita del barile, nell’ultimo quinquennio, garantisce una certezza: il sistema finanziario iraniano, oggi, è solvibile. Certo, non ci sarà più l’orizzonte speranzoso di una paese sulla via delle Riforme proposte da Khatami, ma dopotutto business is business e la “cura Ahmadinejad”, tutta costruita sulla leva petrolifera e sulla sete cinese di risorse, sembra poter attrarre capitali più di tante promesse di riforme di Khatami, tutte non mantenute né forse, peraltro, mantenibili. Una volta attratti capitali ingenti e costruite assi di debito di medio-lungo periodo soprattutto con Francia, Italia, Germania e Belgio, ed avendo supportato l’arrivo di una forza internazionale fortemente europea nel campo minato dell’alleato Hezbollah, il Presidente iraniano e chi lo consiglia sentono di aver varcato la metà del guado. Tanto da poter giocare ancora, ed è storia di oggi, col nucleare.

 

Il Ruolo delle banche italiane.
Alcune tra le maggiori banche italiane sono della partita italo-iraniana da tempo e, a guardare i volumi creditori, in posizione tutt’altro che marginale. Mediobanca, Banca Intesa, San Paolo e l’eredità tedesca di HVB raccolta con la fusione da Unicredit: nomi importanti, major players del capitalismo italiano che con il sistema bancario iraniano vantano rapporti forti e segnati da indubbia fiducia. Non si spiegherebbe, altrimenti, come Mediobanca e Banca Intesa possano vantare crediti, rispettivamente, per 2 miliardi e 1,5 miliardi di dollari nei confronti di cordate composte dalle principale banche iraniane, tutte pubbliche. Quattro di queste, legate da rapporto debitorio con la sola Mediobanca, sono addirittura banche governative, emanazione diretta dei Ministeri al finanziamento delle cui attività sono esclusivamente finalizzate. Quanto all’ingente credito vantato da Banca Intesa, non è neppure coperto da garanzia SACE. Di poco rilievo dal punto di vista finanziario sono invece i crediti di San Paolo e Unicredit: poche decine di milioni di euro, stanziati nel contesto di protocolli Ocse.
Ma c’è di più. Perché uno dei più rilevanti attori finanziari transfrontalieri, una vera e propria cerniera tra l’Italia e il Mediterraneo arabo-islamico, è l’Arab Italian Bank. E’ una banchettà di capitalizzazione mediopiccola, ma con depositi e attivo assolutamente ingenti e opera come Banca d’affari/investimenti, e come sponda per l’import-export, anche in Iran, pur avendo nel mercato libico il suo campo d’azione privilegiato. Non potrebbe essere altrimenti, del resto, visto che il 49% di Arab Italian bank è nelle mani della Lybian Foreign Bank (una Banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio libico, su cui non sono reperibili informazioni di nessun tipo), seguito da un 17% in mani egiziane (Misr). Assai interessante, tuttavia, è l’elenco delle partecipazioni italiane: Capitalia (stabilmente in asse con i soci libici) sta attorno al 10%, il gruppo Eni al 5,4%, il Monte dei Paschi al 3,7%, San Paolo e la Telecom detengono l’1,8 % ciascuno. La banca a testa libica non è mai entrata nelle liste nere internazionali stilate quando Gheddafi era membro onorario dell’Asse del Male; ma è certo che, ora che ne è uscito grazie alla sponsorizzazione italiana, essere parte del salottino di Arab Italian Bank vale doppio. Soprattutto per chi si occupa di energia e telecomunicazioni.

 

La Fiat e l’affair PIDF
Mediobanca, Eni, Telecom, Capitalia, Montedison, Falck. Il gotha del capitalismo italiano non ha resistito al fascino della Persia. All’appello mancherebbe solo la Fiat. Che il suo tentativo, tuttavia, l’ha fatto eccome. Non ci si sarà dimenticati, infatti, che nel febbraio del 2005 fu dato l’annuncio di un accordo tra la Fiat e la PIDF – un’azienda iraniana che produce automobili, come la descrivevano i comunicati di allora – per la produzione di veicoli Fiati in Iran. 100mila per il primo anno, 250mila a pieno regime, erano le previsioni. I sindacati disseppellirono subito le asce, temendo improbabili delocalizzazioni nella Rebupplica Islamica. I liberali come Benedetto della Vedova non diedero prova migliore, preferendo supportare l’operazione contro i sindacati, piuttosto che ricordare il sogno di un medioriente democratico tanto caro ai radicali.
Il marchio PIDF (Pars Industrial Development Foundation) è stato registrato a Teheran nel 2003, così come il sito internet http://www.pidfco.com. Che però è vuoto, e risulta “in costruzione”. Contestualmente alla registrazione del marchio PIDF, è stata registrato anche il marchio TOPCO (Pars Industrial Car Manufacture Development Foundation), azienda con capitale di 20 milioni di dollari, finanziata “in contanti”, recita il sito ufficiale della Topco, con un capitale appartenente all’85% alla Pidf stessa. Mission aziendale? Fin dalla sua fondazione, 2003, la Topco è la concessionaria di vendita unica del marchio Fiat in Iran. E questo, quindi, già due anni prima che fosse stabilita una joint venture tra Fiat e Pidf di natura “produttiva”. Le virgolette, in questo caso, sono decisamente d’obbligo. Perché i dati ufficiali sulla produzione di automobili in Iran nel 2005 non contemplano quelle famose 100mila macchine previste a inizio anno. Delle 984mila automobili prodotte in Iran lo scorso anno, infatti, 966mila sono state firmate dalla Khodro e dalla Saipa, le principali case automobilistiche persiane entrambe riconducibili al controllo pubblico, costituzionalizzato, sull’industria pesante. Dove sono le 100mila automobili Fiat-Pidf? Dal Lingotto fanno sapere che l’accordo prevedeva solo una fornitura di pezzi su richiesta, e che una minore richiesta del mercato iraniano ha prodotto il profondo gap tra previsioni e realizzazioni. Probabilmente è vero, ma restano impresse – in questo quadro confuso d’informazione scarsa o impossibile – le parole pronunciate da Ahmedinejad a più riprese, a cavallo tra il 2005 e i primi mesi di quest’anno, sul conto degli Agnelli. “Filosionisti” e “antiraniani”, nelle parole del Presidente, il tutto condito dal mito di Edoardo Agnelli ucciso per volontà dei “sionisti” che non volevano che la Fiat finisse nelle sue mani di convertito all’Islam.
Difficile capire dove finisca la propaganda e dove inizi il messaggio cifrato di un Presidente che è anche “comondante in capo” di un sistema economico e finanziario all’interno del quale le auto di Stato sono dirette concorrenti di eventuali piccoli importatori travestiti da improbabili “piccoli produttori di automobili”, così da sfuggire alle rigide maglie costituzionali. E’ questo il caso della Pidf? Difficile a dirsi. Certo è invece che sarebbe il caso di smettere di guardare ad Ahmadinejad come ad un pazzo portato all’esternazione folle o suicida. Perchè i conti, a tutt’oggi, sembrano tornargli. 


J. T. su Il Riformista di ieri 




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5 agosto 2006


medioriente/ebrei italiani - "Sinistra, rifletti"

“Gli ultimi avvenimenti di Libano segnano il divorzio tra lo Stato d’Israele e gran parte, forse la maggioranza, degli ebrei della diaspora” scriveva nel 1982 Cesare Cases. Esagerava, il grande intellettuale ebreo marxista, forse proiettando sulla diaspora un “divorzio” che in lui, internazionalista e antisionista, era già avvenuto da decenni. Non c’è dubbio, tuttavia, che quella campagna di Libano segnò uno spartiacque nel rapporto tra Israele e la diaspora italiana, specularmente ai mutamenti interni alla società israeliana, che in quei giorni iniziò idealmente un cammino culminato idealmente con gli accordi di Oslo. E’ lontano quel 1982, quanto è diversa questa guerra di Libano da quella che allora lacerò l’ebraismo italiano e lo stesso Israele. “E’ una guerra di sopravvivenza” ha scritto ieri Lele Fiano, parlamentare diessino e segretario di Sinistra per Israele, ospitato dalle colonne schierate su tutt’altre posizioni di Liberazione, in un articolo sofferto e meditato. Il pensiero di Fiano sembra rappresentare correttamente la posizione dell’ebraismo italiano progressista, uscito sconfitto alle ultime consultazioni interne alle Comunità, dove a trionfare è stata la lista “di destra” Per Israele.
Chi i giorni del 1982 neanche li ricorda è Tobia Zevi, nipote di Tullia e oggi presidente dell’Ugei (Unione Giovani Ebrei Italiani). “La causa scatenante di questa guerra, questa volta, è l’azione di Hezbollah. E un’altra grande differenza, rispetto ad allora, è che la società israeliana è ben cosciente che la pace è un orizzonte necessario e naturale. Anche chi ritiene che la reazione d’Israele è sproporzionata, deve però ricordare che è per l’appunto una reazione di fronte ad una minaccia grave, serissima. Quanto alla questione palestinese, per pensare ad una soluzione giusta” conclude Zevi “è bene tenerla distinta dalla vicenda libanese: anzitutto negli interessi dei palestinesi stessi, che sono spariti dall’attualità politica e mediatica da quando è scoppiata questa guerra”.
“Sono arrabbiatissimo” dice invece Victor Magiar, attivo nella Comunità romana e consigliere comunale diessino nella capitale. “La sinistra continua a non capire di cosa stiamo parlando. Israele rischia di sparire, può essere spazzato via dai fascisti clericali di Hezbollah e dal loro alleato iraniano. Il mezzo milione di israeliani sfollati sono un bruttissimo segnale, e le vicende di questi giorni dicono, una volta di più, che se Israele non avesse la forza militare di cui possiede sarebbe già sparito da un po’. E invece, in certa sinistra e in certa informazione, sembra prevalere una visione paradossale: che sia Israele a voler distruggere il Libano”.
“Un brutto clima” lo percepisce anche Shaul Meghnaghi, anche lui iscritto alla Comunità di Roma e sociologo della CGIL. “Sembra si ritorni a chiedere agli ebrei di giustificarsi, quasi di scusarsi per quanto fa Israele. Così, ad esempio, accanto all’ottimo intervento di Fiano, Liberazione pubblica però un articolo pessimo”, firmato da Angelo D’Orsi e tutto giocato su una serie di discutibilissime accuse all’ebraismo italiano, salvo poi gridare: “E basta col ricatto della Shoah!”. Nel merito, poi, Meghnaghi dice: “Israele combatte due guerre molto diverse, una con Hezbollah e una coi palestinesi. Con i terroristi filoiraniani non c’è materia per uno scambio politico, e l’interlocutore non sembra in ogni caso interessato ad alcun scambio, visto che ha un obiettivo distruttivo rispetto ad Israele. A complicare ulteriormente il quadro, e ad obbligare alla prudenza, c’è il fatto che al confine israele-libanese si combatte oggi una sezione di una guerra ben più ampia: quella tra Iran e Usa”. Per la sinistra italiana di fronte alla crisi ha parole sostanzialmente positive. Oltre a sottolineare il noto “impegno di Fassino e di Caldarola”, apprezza complessivamente anche “l’operato di D’Alema, volto a ridare centralità all’Italia sullo scacchiere internazionale, col risultato possibile di arginare la posizione della Francia, decisamente sbilanciata a favore dei suoi alleati nell’area”.
Parte di quell’ebraismo diasporico che nel 1982 impugnò con decisione l’arma della critica nei confronti dello Stato Ebraico è Bruno Segre, storico e già animatore di Sinistra per Israele e Presidente dell’associazione italiana di Neve Shalom. A 76 anni, oggi, guarda con preoccupazione a quel che succede. “Da un lato sta la chiara, dichiarata e spaventosa volontà distruttiva degli Hezbollah. Non bisogna mai dimenticarsene, sennò si perde di vista il punto di partenza di questa tragica vicenda. Le mie perplessità sono piuttosto su un intervento militare inadeguato, che con l’esercito non potrà sradicare la guerriglia e che quindi rinsalderà Hezbollah. Ma alla sinistra italiana e all’Europa dico: guai a far sentire solo Israele. Un abbandono da parte dell’Occidente è in questo momento il pericolo più grosso”.


J. T. su Il Riformista di oggi




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27 luglio 2006


Intervista a Tom Segev

Nella sua casa di Gerusalemme, ieri, ho incontrato Tom Segev, della cui cordiale amicizia davvero mi onoro. Dell'intervista che trovate qui sotto, pubblicata oggi da Il Riformista, non condivido diversi passaggi. Non condivido, soprattutto, il volere distaccare la questione dalla grana-Iran che incombe. Dire "rischia così di diventare una guerra su scala regionale" mi pare semplicistico: la guerra su scala regionale l'hanno scatenata gli Hezbollah. Condivido però i giudizi sulla debolezza di Olmert, che ha portato a fretta ed errori strategici. Molto ci sarebbe da dire, ma non ho il tempo: devo fare le valigie perchè stasera alle sette sarò di nuovo in Italia. E' un'intervista che, più di tutto, vale a registrare un dato: in Israele le posizioni vanno polarizzandosi, mentre i perplessi e i critici crescono ogni giorno. Come accade, in Israele, ad ogni guerra. E' questa la forza di questa democrazia mentre, a poca distanza, crescono invece gli inni a Nasrallah.

Gerusalemme. “Questa è una guerra forse giustificata, ma di certo sbagliata e temo anche profondamente stupida”. Tom Segev riassume così, senza giri di parole, il suo pensiero. Tra gli intellettuali progressisti più autorevoli e discussi, nello Stato d’Israele, si è sempre distinto per pragmatismo. E’ una “colomba”, ma non è mai stato un sognatore. E’ attento alle ragioni dei palestinesi, ma non sospettabile di trascurare quelle ragioni d’Israele. Noto al mondo per “Il settimo milione”, sul rapporto tra Israele e la memoria della Shoah, ha di recente pubblicato un libro sul 1967 e la Guerra dei Sei Giorni. Per il 2008 è prevista l’uscita di un nuovo lavoro, una biografia di Simon Wiesenthal basata su documenti inediti a cui avuto accesso a Vienna. Per l’autorevolezza dell’intellettuale le sue prese di posizione godono così di un rispetto bipartisan, anche quando girano il coltello nella piaghe della politica israeliana. Come questa volta.
Com’è andata, dunque, secondo Tom Segev?
“C’è stato un rapimento di due soldati, e l’uccisione di altri otto. Un fatto gravissimo, non c’è dubbio, consumatosi sul nostro territorio per mano di una milizia, quella degli Hezbollah, che ha accumulato negli anni armi distruttive sul nostro confine. Il problema non è però discutere la gravità del fatto, ma riconoscere l’errore fatale nella reazione israeliana”.
Sproporzione o mancanza di strategicità, nella critica di Segev?
“Beh, forse entrambe le cose. Mi spiego. All’inizio ritenevo che si potesse agire, ovviamente in una misura propria rispetto all’attacco subito. Per questo non mi sono scandalizzato di fronte alla bomba su una moschea che conteneva ingenti munizioni, né all’attacco aereo sull’aereoporto di Beirut”.
Il problema sta tutto, dunque, negli attacchi che hanno coinvolto i civili seppur non miravano ad essi?
“Secondo me sì. Posso capire la volontà di provare a risolvere la questione-Hezbollah nel sud nel Libano, ma trovo moralmente inaccettabile e strategicamente sbagliato quanto è stato fatto su alcune aree di Beirut. Col rischio di trasformare il conflitto in una guerra su scala regionale, partendo – ricordiamolo – dal rapimento di due soldati”.
Resta poi, par di capire, una critica tutta strategica.

“Esatto. Perché ormai è acclarato ed ammesso anche dai generali e dal governo che gli Hezbollah possono essere indeboliti, ma non distrutti. E qualunque risultato meno pieno di un loro completo sradicamento sarà sbandierato da Nasrallah e dai suoi come una vittoria. Il che ovviamente non ci lascerà certo tranquilli per gli anni a venire”.
Resta che la minaccia Hezbollah si è rivelata robusta, e che gli arsenali con cui stanno continuando ad attaccare Israele dimostrano volontà non proprio pacifiche. “Non discuto della portata della minaccia, e continuo a non capire cosa vogliano gli Hezbollah dal nostro paese. Dubito, tuttavia, dell’appropriatezza della risposta nella difesa dei nostri stessi interessi”.
Dove sta la colpa, secondo Segev, di quello che considera un errore di grave portata? Nella politica o nei ranghi militari?
“Sta tutto nella debolezza di questo governo, del tutto sprovvisto di esperienza militare, e quindi facilmente esposto, come si vede, ad essere preda delle decisioni bellicose – ma queste lo sono per natura - dei vertici dell’esercito. Olmert era sotto pressione dopo il rapimento di Shalit vicino a Gaza, le azioni nei territori non avevano fermato la pioggia di Qassam, l’opinione pubblica iniziava a criticarlo duramente. Ha deciso di mostrare i muscoli, di attaccare a fondo. Forse senza calcolare bene a quali risultati, a quali nuovi problemi ciò avrebbe potuto portare”.
Un risultato è sicuro: tra i cadaveri di questa nuova guerra c’è il suo piano di ritiro unilaterale dal West Bank.
“Assolutamente sì. Nessuno ne parlerà più, ovviamente, e guardando indietro anche il ritiro dell’anno scorso si rivela una bella idea gestita con approssimazione e che ha portato a risultati pessimi. Il problema principale di questo paese, intanto, continua ad essere la questione palestinese, anche se tutti se ne sono dimenticati. Mentre l’opinione pubblica, che tra poco apprenderà della morte di nove soldati avvenuta stamane, si polarizzerà tra chi dice “scappiamo” e chi, invece, propone di aumentare l’intensità degli attacchi”.
Le diplomazie internazionali, però, si sono rimesse in marcia come la Conferenza di Roma di oggi dimostra.
“Ma mi pare che nessuno abbia niente da dire. Il fuoco non cesserà perché le diplomazie se lo augurano a Roma, mentre mandare una forza internazionale lassù, significa semplicemente mandare truppe occidentali in mezzo a una guerra”.

 

J. T.

 




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26 luglio 2006


Ramallah, tra Roma e Beirut

Ramallah. Il vento desertico di Giudea ha accolto ieri, nelle ore più calde del pomeriggio, la visita di Condoleezza Rice nella capitale palestinese. Sigillato in una Muqata tornata per poche ore ombelico del Medio Oriente, l'attendeva il presidente dell'Anp Abu Mazen. Una visita poco più che simbolica, giusto a ricordare ai palestinesi e al mondo che, sulla strada che da Beirut sta portando la Rice a Roma passando per Gerusalemme, c'è una sola Palestina degna di interlocuzione: quella moderata rappresentata da Mohammed Abbas. Fuori, per le strade deserte a causa di uno sciopero contro le operazioni di Tsahal su Gaza, "l'altra Palestina" aspettava Condi con non meno impazienza. Tenuti a distanza di sicurezza, anche con le cattive, dai 17 corpi militari palestinesi, circa un migliaio di manifestanti hanno accolto l'arrivo del segretario di Stato tra insulti e inviti a una pronta ripartenza.
Tra le bandiere verdi di Hamas, quelle nere della Jihad islamica, e qualche velleitario comunista del Fronte popolare con tanto di falce e martello, il vero protagonista della protesta è stato il leader di Hezbollah libanesi Hassan Nasrallah. «Ora che non c'è più Saddam, è lui l'unica speranza che ci resta», dice un manifestante echeggiando parole già sentite in altri angoli di West Bank. Dalla manifestazione si levano inni e cori per il raìs libanese, improbabile "fratello del popolo palestinese": quanto Saddam, del resto, ne era un impossibile ma sempre autocelebrato protettore. Soffia forte più che mai, nella Palestina di oggi, il vento della propaganda araba, sparpagliata via satellite da centrali economiche e culturali ben lontane dalla geografia e dalla storia dei palestinesi. Il martirologio di Saddam, l'esaltazione di Nasrallah, la strenua resistenza iraniana all'imperialismo statunitense entrano in ogni casa senza trovare più alcuna resistenza. Il coma profondo della politica palestinese è tutto nell'indefferenza, se non nel disprezzo, con cui i palestinesi parlano correntemente di Abu Mazen. Da un lato un presidente erede di Arafat, debole e solo, dall'altro un popolo stremato che inneggia a milizie filoiraniane, dopo aver massicciamente votato per Hamas e contro Fatah: questo e poco altro sembra restare dell'Anp, a 13 anni da Oslo e dalle foto di gruppo tra "uomini di pace" sul prato della Casa Bianca.
Dentro alla Muqata, intanto, si balla il valzer di una diplomazia frettolosa, perché il piatto principale del giorno il segretario di Stato l'ha consumato a Gerusalemme con Ehud Olmert, e la mente corre al mercoledì romano che l'attende, con il carico lasciato dal lunedì libanese appena finito. L'incontro è stato «cordiale», come sempre in questi casi, e la Rice non ha mancato di sottolineare «l'ammirazione» di cui Abbas gode negli States, per «il suo coraggio e la sua capacità di continuare a guidare il popolo palestinese». Non male, per un presidente da sempre accusato di essere filoamericano, e a cui il controllo del «popolo palestinese» è ormai sfuggito da un po' fino a deflagrare, in gennaio, nel trionfo di Hamas. Abu Mazen ha ricambiato la carineria promettendo «massimo impegno per la liberazione del soldato Gilad Shalit», rapito il 25 giugno alle porte della Striscia di Gaza dalla falange armata di Hamas. Data l'impotenza ormai conclamata della vecchia leadership "tunisina", peraltro, la promessa presidenziale non sembra valere più di un auspicio. Secondo protocollo, poi, il presidente palestinese ha condannato l'aggressione israeliana su Gaza, la cui cessazione è condizione indispensabile alla ripresa di un dialogo. L'incontro tra la Rice e Abbas, infine, è valso a confermare l'impegno formale dell'amministrazione Bush a «rimanere focalizzati sulla nascita dello Stato palestinese, anche durante la crisi tra Israele e Libano».
E l'orizzonte di un «nuovo Medio Oriente democratico», ribadito anche a Ramallah, ha fatto da sfondo anche all'incontro mattutino avuto con Olmert. Da sfondo lontano, ovviamente, perché intanto c'è l'emergenza da gestire, e il tentativo di sradicare Hezbollah da portare a termine. A chi si aspettava che dal Medi Oriente la Rice sarebbe arrivata a Roma su posizioni più critiche e disposte alla mediazione, rispetto alle scelte israeliane, la mattina di Gerusalemme sembrasuonare come una smentita. Olmert ha ribadito che Israele continuerà a combattere la guerriglia Hezbollah che «attacca i civili israeliani con un proposito preciso: ucciderli». Il segretario di Stato ha confermato che il cessate il fuoco ha bisogno di condizioni. Condizioni al momento mancanti, date le reticenze libanesi sul futuro disarmo degli Hezbollah e sulla spinosa questione degli ostaggi, mentre non sembra potersi raggiungere un accordo sulle regole di mandato della forza internazionale che dovrebbe garantire il cessate il fuoco.
Il tutto, tradotto, dice che Israele avrà ancora diversi giorni di tempo, mentre ieri ottanta katyusha sono piovuti sulla Galilea uccidendo una quindicenne e Israele ha ripreso i bombardamenti su alcuni distretti a sud di Beirut. A muoversi, intanto, sono le diplomazie arabe alleate: sembra che Mubarak sarà a Damasco per fine settimana, con un occhio alla presente crisi ed uno al futuro, indispensabile reinserimento della Siria, trait d'union tra Iran e Libano, nella comunità internazionale. A Roma, probabilmente, si parlerà anche di questo.

J.T. su Il Riformista di oggi




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25 luglio 2006


Incontri a Ramallah - "Quella stronza della Rice..."

Ho girovagato per ore, assieme al vento di Giudea, per le strade di Ramallah.
Caldo, città deserta, tutto chiuso per protesta: contro la visita del Segretario di Stato, e contro quel che sta succedendo a Gaza. Manifestazioni, ma da una certa distanza, tutt'attorno alla Mukata blindatissima in attesa di Condi. Incontro un mio vecchio conoscente palestinese. Venticinque anni, inglese fluente, giro Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Quando lo conobbi collaborava con Indymedia. Come stai? Come stai? Bene. Bene. "Quella stronza - usa la parola "bitch", vedete voi se la traduzione vi suona meglio con "cagna" o "puttana" - è qui, e non ci lasciano gridare la nostra rabbia". Da sottotesto, come un basso continuo, arrivano grida che inneggiano a Nasrallah, tra i manifestanti.
Mi avvio verso le grida, un nugulo di manifestanti prova a forzare il blocco di quell'armata Brancaleone che è la polizia palestinese. Vedo una mia conoscente, una fotografa freelance francese, che non deve vendere molte foto perchè - mi dice - ora insegna francese in una scuola. Ricordo che anni fa, in un capodanno improbabile, quando ci conoscemme a Gerusalemme est, litigammo su uan questione del tipo: l'esistenza di Bin Laden e Al qaeda. Io, ingenuamente occidentale, pensavo che la risposta fosse sì. Lei, coscientemente terzomondista, era certa che la risposta fosse no. "Quella stronza (sempre "bitch") - mi dice oggi - è qui, e ci proibiscono di farle sentire la nostra voce". 

Di luce riflessa, si illumina quel capodanno.Quando la solidarietà e l'empatia verso un popolo diventano nevrosi identificativa - mischiata a senso di colpa? o a semplice antisemitismo? - va a finire così: che ci si convince che la Cnn dica solo stronzate, e dalle parti di Al Jazira soffi il vento della verità.

j.t. 




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